Kairòs 30 maggio 2026: atti del Convegno

Kairòs è il tempo opportuno, l’attimo fuggente. È un’iniziativa che nasce con l’intento di conoscersi e conoscere, dove Ex Allievi giovani e meno giovani possano interagire “per fare rete”, partecipando ad un incontro programmato intorno ad un tema. Il tema 2026 è “OLTRE…


Galleria fotografica della 3-giorni organizzata dalla Sezione Puglia


INDICE DEI CONTENUTI

Programma del convegno

OLTRE…

[Poesia: “Alba di un sogno” di Ivan Solla 98-99, letta da Armando Merenda 59-63]

…se stessi: altruismo

  • Ilario Favro 84-87  – “E se un dì la Nunziatella chiamerà, noi ex allievi, tutti uniti, torneremo qua”

…le convenzioni: vivere fuori dagli schemi

  • Domenico Di Petrillo 63-66  – IL LUNGO ASSEDIO – Diario operativo della Sezione Speciale Anticrimine Carabinieri di Roma & more…

…il lavoro: i nostri hobby

…la SMN

[Poesia: “Lettera di un Ex Allievo” di Ivan Solla 98-99, letta da Armando Merenda 59-63]

…la prima scelta: cambi di carriera

…la disco: discogatto!

…l’agonismo: triathlon

…le divisioni

[Preghiera: “Per gli Ex Allievi che ci hanno preceduto“, testo e lettura di Armando Merenda 59-63]

 


PROGRAMMA DEL CONVEGNO

Sabato 30 maggio  Circolo dell’Unione – Via Alberto Sordi, 7

09:30 Afflusso

9:45 Benvenuto e Apertura lavori
Poesia “Alba di un sogno” di Ivan Solla 98-99, letta da Armando Merenda 59-63

10:00-10:45 Il Rosso Maniero nel cuore dell’Unità d’Italia: oltre le divisioni
Recita in lettura (Umberto Albarosa 81-84, Alessandra Verri 15-18, Paolo Fabiano 71-74) con musica e slide

10:45 Coffee ☕️ break

11:00-11:15  Performance musicale del Maestro Vincenzo Cicchelli con la mezzo-soprano Mariangela Zito
Canzone degli Italiani (Mameli) – Habanera (Bizet) – ‘A Vucchella (Tosti-D’Annunzio)

11:15-12:15 Oltre l’ordinario: cultura, scrittura, eclettismo ✍️
Panel Raffele Coppola 58-61, Domenico Di Petrillo 63-66, Carlo Tacconelli 79-82, Domenico Pionati 84-87 — Moderatore: Giuseppe Anaclerio 04-07

12:15-12:30  Performance musicale continuazione e conclusione
Musica Proibita (Gastaldon) – Non ti scordar di me (De Curtis) – O Sole mio (Di Capua)

12:30-13:00 Oltre l’età: triatleti SMN ‍
Marcello Vigliotta 77-80 – Conversazione aperta e conclusione mattinata

13:00-15:00 Pranzo e Networking
Poesia “Lettera di un Ex Allievo” di Ivan Solla 98-99, letta da Armando Merenda 59-63

15:00-16:00 Oltre la prima carriera
Umberto Albarosa 8184, Domenico Di Petrillo 63-66, Marcello Vigliotta 77-80 — Conversazione aperta e conclusioni

Poesia “Io vulesse truva’ pace” di Eduardo de Filippo, recitata da Armando Merenda 59-63

Preghiera “per gli Ex Allievi che ci hanno preceduto” – testo e lettura di Armando Merenda 59-63


ATTI


Oltre…se stessi: altruismo

Ilario Favro 84-87

“E se un dì la Nunziatella chiamerà, noi ex allievi, tutti uniti, torneremo qua”

Ogni anno, dal 1787, varcano il portone della Nunziatella degli adolescenti che, in tre anni, imparano a trasformarsi da singoli in una comunità.

E non una comunità qualunque, una massa formata per mera aggregazione di individui, nella quale le identità si annullano[1], e neppure una “comunità di pratica” che condivide soltanto un interesse comune, né una “comunità geografica”, definita dal fatto di trovarsi accidentalmente in un medesimo luogo per un certo tempo.

Quella che esce, ogni anno, dalla Nunziatella è una “comunità di destino”[2], una società formata da persone, libere, che, come l’equipaggio di una nave medievale, affrontano insieme la “fortuna di mare”, “avendo in comune le prospettive e le speranze per le quali si sono imbarcati[3].

Una comunità volontaria, nella quale, liberamente, si è scelto di entrare.

Non come individui, “slegati tra di loro come granelli di sabbia[4], ma come persone, unite in “organiche, armoniche e mutue relazioni[5].

Perché l’uomo, impegnato, ogni giorno, nel nobile compito di non smettere di essere uomo[6],  diventa pienamente persona solo in seno a una comunità.

Uscendo da sé.

Chi appartiene a una comunità di destino nutre, quindi, la consapevolezza di essere legato da interessi comuni, da esigenze comuni e da speranze comuni.

Di essere legato da relazioni sociali che sono produttive di senso significante nella vita quotidiana[7].

Ma una relazione non può essere un fatto di due soggettività che si confrontano dialetticamente.

E’ invece, quella “cosa” che sta tra noi. Che sta tra Ego e Alter. Ci costituisce come persone e ci dà un’identità personale e sociale.

Così siamo diventati amici. Costruendo, giorno dopo giorno, per tre anni, relazioni dense di significato.

Non si può essere amici in quanto individui.

L’amicizia è il riconoscimento di qualcosa che non appartiene a nessuno dei due, pur essendo di entrambi.

E’ di tutti e di nessuno.

E’ la condivisione che dà senso, forma e contenuto all’amicizia.

A questo nostro stare insieme, iniziato varcando la soglia della Nunziatella, che mi sembra potersi bene rispecchiare in un pensiero di Eugenio Borgna,: “Noi rispondiamo, dovremmo rispondere, al dovere, all’impegno, all’obbligo, al compito, di essere sempre in relazione con gli altri e con noi stessi non solo mediante le nostre azioni ma anche mediante le nostre parole, le nostre emozioni, le nostre speranze e la nostra tristezza, la nostra apertura e la nostra chiusura al mondo, il nostro dilemmatico modo di vivere il corpo: accogliendone o rifiutandone le lacrime o il sorriso, i bagliori e i silenzi, la fatica e gli slanci[8].

[1] Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, 1981
[2] Gustave Thibon, Ritorno al reale, Volpe, 1972
[3] Marco Tangheroni, Comunità di destino, destino delle comunità, in Scritti militanti. Nel ventesimo del suo transito al cielo, Edizioni Cristianità, 2024
[4] Pio XII, Summi Pontificatus, 20 ottobre 1939
[5] Ibidem
[6] Luigi Russo, Vita e morale militare, Il Saggiatore, 1992
[7] Pierpaolo Donati, Una cultura che trasforma il mondo, Ares Editore, 2025
[8] Eugenio Borgna, Le parole che ci salvano, Einaudi, 2017


Oltre…le convenzioni: vivere fuori dagli schemi

Domenico Di Petrillo 63-66, Cl.”A”

IL LUNGO ASSEDIO – Diario operativo della Sezione Speciale Anticrimine Carabinieri di Roma”, editore Zolfo, presenta una doppia risposta al tema Kairòs 2026:

  • OLTRE LE CONVENZIONI, VIVERE FUORI DAGLI SCHEMI: l’esperienza operativa innescata dal generale Dalla Chiesa produsse e consolidò un metodo di indagine, talvolta anche inviso a coloro che restavano arroccati sulla rigida e ottusa competenza territoriale anche quando i fenomeni criminali esorbitavano anche i confini nazionali, basato su profonda attivita’ di intelligence e conseguente elaborazione di una coerente strategia operativa di contrasto finalizzato alla demolizione del nemico mediante piu’ azioni interconnesse tra loro senza mai perdere il “contatto” informativo. Agire insomma da polizia di sicurezza sebbene cn gli strumenti della polizia giudiziaria. Per questo motivo il capitolo 2 del saggio si intitola “IL METODO DIVENTA DOTTRINA OPERATIVA” che si manifesto’ vincente non solo per la lotta al errorismo di sx, dx e internazionale ma produsse anche una eccellente reputazione per la Sezione in campo internazionale con riflessi operativi formidabili.
  • OLTRE LA PRIMA SCELTA, CAMBI DI CARRIERA: perche’ dopo 32 anni di servizio nell’Arma rassegnai le mie dimissioni a 49 anni per iniziare un’esperienza – che durera’ 28 anni – nella creazione e guida dei Dipartimenti di Security ddei Gruppi Eni (10 anni) e Maire (18 anni) ove ho trasferito logiche e metodo delle mie esperienze precedenti.

   

Motivato dai valori e dalle capacita’ tecniche dimostrate nella lotta al terrorismo nei cd anni di piombo dalla Sezione Speciale Antiterrorismo dei CC di Roma, ove ho servito per 12 anni (1978/189), di cui ho avuto l’onore di esserne stato il comandante, nel 2018 – dopo circa 2 anni di lavoro – ho pubblicato il saggio “IL LUNGO ASSEDIO – Diario operativo della Sezione Speciale Anticrimine Carabinieri di Roma”, editore Zolfo, che descrive sotto forma di vero e proprio diario quanto avvenuto in quei terribili anni e come lo speciale reparto dell’Arma ha affrontato e, sostanzialmente, chiuso quella fetida pagina della nostra storia repubblicana ove vennero pesantemente attaccate le libere Istituzioni della nostra Repubblica. L’immane lavoro compiuto dalla Sezione ineriva la lotta al terrorismo di Sx, di Dx e internazionale nonche alcune importantissime operazioni contro la proliferazione degli armamenti, sistematicamente eseguito con una precisa strategia di contrasto costruita con adeguata atti vita’ di intelligence seguita da interventi operativi mirati, mai casuali, finalizzati a mantenere sempre vivo il contatto con le realta’ criminali individuate per successive operazioni, fino alla loro completa disarticolazione. L’”Operazione Olocausto” descritta nel libro, durata 10 anni, che porto’ alla completata disarticolazione delle Brigate Rosse, dopo aver demolito altre analoghe formazioni, ne e’ una chiara conferma. La Sezione operava, in silenzio e senza mai apparire direttamente, con una sorta di copertura, con mentalita’ e prassi da Polizia di Sicurezza sebbene con gli strumenti della polizia giudiziaria.

Ho scritto il saggio dopo ben 40 anni per diverse ragioni: per rintuzzare indebite ricostruzione avvicendatesi nel tempo e da piu’ parti, talvolta anche offensive rispetto alla nostra correttezza, e per onorare i miei uomini che tanto hanno dato al nostro Paese senza ricevere adeguato riconoscimento e considerazione. Il libro e’ stato presentato in contesti istituzionali (Scuola Ufficiali CC – Scuola Marescialli CC – Reggimento Allievi Accademia Modena – Scuola Militare Nunziatella) ed numerosi esterni, con ripetuti repliche televisive riscuotendo grande successo per la sobrieta’ e verita’ rappresentata. Notato da Sky Documentaries e’ stato anche oggetto di un documentario, in 5 puntate, dal titolo “Roma di Piombo – Diario di una lotta”, anch’esso di indubbio successo.

Lasciata la Sezione per compiere il periodo di comando provinciale sono stato prima tra i fondatori della DIA, quale CapoCentro Operativo di Roma, poi Direttore della Divisione controterrorismo del SISDE.

Per diverse ragioni ho rassegnato le dimissioni dall’Arma nell’agosto 1996. Dal settembre dello stesso anno al lugio 2006 ho costituito e diretto il Dipartimento di Security dell’Eni e dal 2006 al 2024 quelle del Gruppo petrolchimico Maire, ove ho trasferito le profonde conoscenze ed esperienzo maturate durante il servizio nell’Arma ed in particolare durante le fasi finali del mio servizio. Attualmente svolgo atti vita’ di libera consulenza, spesso chiamato a tenere lezioni presso la Scuola Ufficiali CC di Roma, e ad effettuare interventi tematici in diversi contesti.

Il mio desiderio di raccontare l’impegno operativo di quegli anni e, sopratutto, i valori che lo hanno sostenuto risiede nel fatto che attribuisco alla mia esperienza nella nostra Scuola il mio valore formativo morale principale. Mi piace dire che ho respirato aria buona in casa fin da piccolo ma e’ stata la Nunziatella a ordinare quei valori cominciando a costruire le fondamenta del mio essere piu’ che cittadino, e poi l’Arma come carabiniere e come comandante di uomini.


Oltre …il Lavoro: i nostri hobby

Domenico Pionati 84-87

Tra vocazione professionale, apprendimento informale e servizio alla collettività.

Il rapporto tra lavoro e passioni personali rappresenta oggi un tema di particolare interesse non soltanto sul piano individuale, ma anche sotto il profilo culturale e sociale. In una società caratterizzata da crescente specializzazione professionale e continua trasformazione delle competenze richieste, emerge con sempre maggiore evidenza come molte inclinazioni professionali traggano origine da interessi coltivati nel tempo libero e da percorsi di apprendimento spontaneo sviluppati al di fuori dei tradizionali contesti formativi.

In tale prospettiva, assume un significato emblematico la frase: “Ufficiali e dottori saremo e con il cuor la patria serviremo”, cantata da generazioni di Allievi del terzo anno al termine del percorso formativo e di vita all’interno della “Nunziatella”.

È una frase che richiama immediatamente due concetti fondamentali: lo studio e il servizio. Da una parte vi è l’impegno nella formazione, la costruzione delle proprie competenze; dall’altra vi è la volontà di mettere tali competenze al servizio della collettività.

Le due figure citate nella frase – l’ufficiale e il dottore – non sono casuali. Esse rappresentano simbolicamente due grandi ambiti della responsabilità sociale. L’Ufficiale incarna il senso del dovere, la disciplina, la capacità di guidare e proteggere una comunità. Il dottore rappresenta invece la conoscenza scientifica, l’impegno verso il bene comune.

Ma al di là delle professioni specifiche, ciò che questa frase suggerisce è un concetto più ampio: il lavoro come espressione di una vocazione. Non semplicemente mezzo per vivere, ma un modo per contribuire nella società con la professione che abbiamo scelto di voler esercitare.

Ed è proprio da qui che nasce il tema di questo intervento: il rapporto tra il lavoro e le nostre passioni, tra la professione e ciò che, nella vita quotidiana, chiamiamo semplicemente hobby.

  1. Il lavoro tra dovere e passione

Per comprendere questo rapporto, è utile partire da una distinzione fondamentale: quella tra lavoro come necessità e lavoro come vocazione.

Per gran parte della storia umana il lavoro è stato innanzitutto una necessità. Lavorare significava garantire la sopravvivenza, assicurare il sostentamento della famiglia, partecipare all’organizzazione economica della società. In questa prospettiva il lavoro è spesso percepito come fatica, come obbligo, come qualcosa di separato dalla sfera delle passioni personali.

Eppure esiste anche un’altra dimensione del lavoro, che possiamo definire vocazionale. In questo caso l’attività professionale nasce da un interesse profondo, da una curiosità, da una passione coltivata nel tempo. Non si lavora soltanto per necessità, ma anche perché ciò che si fa appassiona, stimola, coinvolge.

Naturalmente questo non significa che il lavoro perda le sue difficoltà. Ogni professione richiede impegno, disciplina e responsabilità.

Tuttavia, quando il lavoro è legato a una passione, esso acquista una qualità diversa: non è più soltanto un obbligo, ma diventa una forma di realizzazione personale. In questo senso possiamo dire che, nelle situazioni migliori, il lavoro assomiglia a un hobby praticato con serietà e competenza.

  1. Gli hobby come laboratorio del futuro lavoro

Se riflettiamo sulle nostre esperienze personali, ci accorgiamo che molte delle competenze che sviluppiamo nel corso della vita nascono proprio dalle passioni coltivate nel tempo libero.

Gli hobby non sono soltanto momenti di svago o di semplice evasione dalla routine quotidiana. Sono, molto spesso, luoghi di apprendimento spontaneo dove il tempo libero diventa uno spazio di crescita personale, spazi nei quali la persona impara senza che l’apprendimento sia imposto da un obbligo o da un programma prestabilito.

A differenza dello studio “formale” o accademico, che segue percorsi strutturati e finalizzati al conseguimento di un titolo o di una qualifica, l’apprendimento legato agli hobbies nasce da una motivazione interiore, da una curiosità personale che spinge l’individuo a cercare, sperimentare, approfondire. È proprio questa motivazione spontanea che rende l’apprendimento particolarmente efficace.

Se volessimo guardare oltre gli aspetti sopra menzionati, vi è un ulteriore correlazione tra hobby ed edutainment[1] (educazione più intrattenimento), nella quale ancor più accade che il tempo libero si trasformi in un’opportunità di apprendimento attivo, coinvolgente, emozionale e piacevole. Questa sinergia permette di acquisire nuove competenze o approfondire conoscenze anche in modo ludico, rendendo l’attività formativa auto-gratificante.

Quando una persona coltiva un hobby, infatti, non si limita a ripetere un’attività per passatempo, ma spesso sviluppa in modo quasi naturale una serie di competenze. Chi si appassiona alla lettura, ad esempio, amplia il proprio vocabolario, migliora la capacità di comprensione dei testi, sviluppa senso critico. Chi coltiva un interesse per la storia impara a confrontare fonti, a collocare eventi nel tempo, a comprendere il rapporto tra passato e presente. Chi dedica il proprio tempo alla musica, al canto, alla fotografia, al bricolage o alla scrittura, esercita sensibilità estetica, creatività e capacità espressive.

Inoltre, come sopra detto, l’apporto dell’edutainment negli hobby aiuta a sviluppare anche “menti morbide” e competenze trasversali, trasformando l’apprendimento in un processo emozionale e interattivo.

Tutto questo avviene senza la percezione della fatica, tipica dello studio obbligatorio (a noi tutti familiare negli anni trascorsi alla “Nunziatella”), perché l’attività è sostenuta dal piacere della scoperta. In altre parole, l’hobby crea una condizione ideale per l’apprendimento: curiosità, libertà di sperimentare e possibilità di sbagliare senza timore di essere giudicato o messo sotto esame.

In questo senso gli hobbies possono essere considerati come una sorta di laboratorio personale, nel quale ciascuno sperimenta i propri interessi e scopre progressivamente le proprie inclinazioni.  Molte vocazioni professionali nascono proprio in questo modo: da passioni coltivate inizialmente nel tempo libero e successivamente approfondite attraverso lo studio e la formazione.

È per questo, che non dovrebbero essere considerati come attività marginali o secondarie rispetto alla vita lavorativa o allo studio c.d.“obbligatorio”. Al contrario, essi rappresentano una dimensione fondamentale della crescita individuale, perché permettono di sviluppare talenti, rafforzare competenze e alimentare quella curiosità intellettuale che spesso costituisce la base di ogni vera conoscenza.

In definitiva ciò che chiamiamo semplicemente “tempo libero”, può diventare, se vissuto con interesse e passione, uno dei momenti più fecondi dell’apprendimento umano e della vita dell’individuo. Non un tempo vuoto da riempire, ma uno spazio di libertà nel quale la persona costruisce una parte importante della propria formazione.

Pensiamo ad alcuni esempi molto semplici.

Chi ama leggere e scrivere può sviluppare una particolare sensibilità per la parola scritta. Da questa passione possono nascere percorsi professionali nel giornalismo, nell’editoria, nella ricerca o nella divulgazione culturale.

Chi nutre una forte curiosità per il passato può iniziare, quasi per gioco, a studiare documenti, leggere saggi, visitare archivi o musei. Con il tempo questa curiosità può trasformarsi in una vera competenza storica.

Chi invece si appassiona alla tecnologia, magari smontando e rimontando strumenti elettronici o sperimentando con il computer, può scoprire una vocazione per l’ingegneria, l’informatica o la ricerca scientifica.

In tutti questi casi l’hobby svolge una funzione fondamentale: diventa una “palestra per il talento”. Attraverso la passione si sviluppano, infatti, alcune qualità essenziali:

  • la curiosità intellettuale;
  • la creatività;
  • la capacità di approfondimento;
  • la perseveranza.

E forse l’aspetto più importante è proprio questo: quando qualcosa ci appassiona, siamo disposti a dedicarvi tempo ed energia senza sentirlo come un peso.

È così che molte passioni, coltivate inizialmente come semplice interesse personale, poi finiscono per trasformarsi in competenze professionali.

  1. Case study. Da Ufficiale a cultore di storia militare medioevale.

Per rendere più concreto quanto ho appena esposto, vorrei raccontare il mio caso personale, che può rappresentare meglio come una professione e una passione possano intrecciarsi nel tempo.

La mia esperienza professionale mi ha portato dall’anno 2000 a svolgere incarichi nella “Pianificazione Operativa” del Comando delle Forze Operative Terrestri di Verona (allora l’Alto Comando Operativo di Forza Armata) per poi approfondire tali aspetti anche a livello tattico, sia in ambito terrestre sia in quello anfibio presso il Comando delle Forze da Sbarco della M.M..

Per mare per terram, appunto, dove la complessità delle operazioni militari aumenta ulteriormente per la necessità di integrare l’ambiente marittimo e terrestre, la logistica dal mare, i tempi di sbarco e i movimenti nave/terra, il coordinamento del fuoco navale e aereo-terrestre, organizzare  e configurare le unità prima dell’imbarco, durante e dopo lo sbarco a terra.

Pianificare un’operazione è uno degli aspetti più complessi e affascinanti dell’arte militare. È un processo che richiede metodo, capacità di sintesi e una visione d’insieme che deve essere costantemente aggiornata e prevedere anche piani “contingenti” per le criticità individuate durante la pianificazione.

Parallelamente a questa esperienza professionale, ho coltivato nel tempo una passione che potremmo definire un vero e proprio hobby intellettuale: lo studio della storia militare. Un interesse inizialmente sorto dall’approfondimento di alcuni temi professionali, sulla particolare esperienza in ambito anfibio e terrestre, ma che nel tempo si è tramutato in una passione, approdata nello studio dell’arte militare. Un campo di ricerca che mi ha portato, nel mio primo libro, ad analizzare l’evoluzione dell’arte della guerra dell’Impero Romano d’Oriente e ricercare quali fattori portarono ad un sostanziale cambiamento nelle tattiche impiegate dalle legioni sotto l’Imperatore Giustiniano I.

Studiare la storia militare non significa semplicemente conoscere le battaglie del passato. Significa soprattutto analizzare i processi decisionali dei comandanti, comprenderne il contesto operativo e tattico in cui quest’ultimi operarono e, ricostruire per quanto possibile la logica che guidò le loro scelte, confrontando informazioni diverse, interpretando i dati disponibili, valutando le condizioni del momento e le risorse in campo.

Cronache, testi storici, testimonianze dirette consentono, infatti, di avvicinarsi in modo più autentico alla mentalità e alla prospettiva dei protagonisti, ricostruire gli eventi, ma anche collocarli correttamente nel loro ambito storico, comprendere le circostanze politiche, militari e culturali dell’epoca, e cogliere il rapporto profondo che lega il passato al presente.

In altre parole, ciò che inizialmente era un semplice interesse personale si è progressivamente trasformato in un percorso di studio e di ricerca, nel quale l’esperienza professionale e la passione per la storia si sono incontrate. La conoscenza del processo di pianificazione operativa mi ha permesso di analizzare, in prospettiva più ampia, l’evoluzione delle strategie e delle tattiche impiegate in battaglia nelle campagne militari del passato.

Questo esempio personale mostra forse in modo concreto ciò che abbiamo detto poco fa: gli hobby possono diventare luoghi di apprendimento profondo, capaci di generare competenze e talvolta anche contributi culturali utili alla comunità.

  1. Il lavoro come forma di servizio

A questo punto possiamo tornare alla frase da cui siamo partiti: “Ufficiali e dottori saremo e con il cuor la patria serviremo.”

La parola più importante, in questa espressione, è probabilmente servire.

Nel linguaggio contemporaneo il concetto di servizio alla patria può essere interpretato in senso più ampio come servizio alla comunità, alla società di cui facciamo parte. Ogni professione, infatti, possiede una dimensione sociale.

Il medico che cura i pazienti, l’insegnante che trasmette conoscenze, l’ingegnere che progetta infrastrutture, il ricercatore che amplia le frontiere del sapere: tutti, in modo diverso, contribuiscono al funzionamento e al progresso della società.

Tuttavia il servizio, per essere autentico, non può limitarsi alla semplice esecuzione di un compito (faccio ciò che mi viene detto). Deve essere accompagnato da due elementi fondamentali: la passione e la professionalità.

La passione è ciò che alimenta la motivazione profonda del lavoro. È la forza che spinge una persona ad approfondire, a migliorarsi, a non accontentarsi della mediocrità. Quando si lavora con passione, l’attività professionale non viene vissuta soltanto come un obbligo, ma come un campo nel quale esprimere le proprie capacità e la propria creatività. La passione rende il lavoro più umano, perché lo collega direttamente alla dimensione delle aspirazioni personali.

La professionalità, invece, rappresenta l’altro lato indispensabile del servizio. Non basta avere entusiasmo o buona volontà; occorre anche competenza, metodo e senso di responsabilità. La professionalità implica studio, aggiornamento continuo, rispetto delle regole del proprio ambito di attività. Significa svolgere il proprio compito con precisione, serietà e affidabilità, consapevoli che da quel lavoro dipende spesso il lavoro o il benessere di altri.

Quando il lavoro nasce da una passione autentica, questa dimensione di servizio diventa ancora più evidente.

Pensiamo, ad esempio, a un medico che ha scelto la propria professione perché affascinato dalla scienza medica ed è animato dal desiderio di aiutare gli altri. Oppure a un insegnante che prova entusiasmo nel trasmettere conoscenze e nel vedere crescere intellettualmente i propri studenti.

Quando passione e professionalità si incontrano, il lavoro acquista una qualità particolare. Non è più soltanto un mezzo per ottenere risultati personali, ma diventa un contributo concreto alla vita della collettività. In questa prospettiva ogni professione, dalla più tecnica alla più intellettuale, può essere interpretata come una forma di partecipazione al bene comune.

In questi casi il lavoro conserva qualcosa dell’entusiasmo tipico degli hobby, ma assume allo stesso tempo una responsabilità pubblica.

È proprio questo equilibrio tra passione e responsabilità che trasforma una semplice attività in una vera professione al servizio della comunità.

  1. Quando la passione diventa professione

Tuttavia, è importante riconoscere che la trasformazione di un hobby in lavoro non è sempre priva di difficoltà.

Quando una passione diventa una professione, entrano inevitabilmente in gioco elementi nuovi: scadenze, responsabilità economiche, aspettative sociali. Ciò che prima era un’attività spontanea, può diventare parte di un sistema organizzato, disciplinato da regole e obblighi.

Questo comporta un rischio: quello che la passione perda parte della sua sponta-neità.

È una dinamica che molti professionisti conoscono bene. Ciò che inizialmente era una passione libera può diventare, con il tempo, un’attività sottoposta a pressioni e vincoli.

Per questo è fondamentale mantenere un equilibrio tra tre dimensioni della vita:

  • il dovere professionale
  • la passione personale
  • il tempo libero.

Conservare spazi di curiosità, di ricerca personale è essenziale per evitare che il lavoro si trasformi nuovamente in pura routine.

In altre parole, anche quando l’hobby diventa lavoro, è importante continuare a coltivare quello spirito di curiosità e di entusiasmo che lo aveva fatto nascere.

  1. La formazione e il valore dello studio

Un altro elemento centrale, suggerito dalla frase iniziale, è il valore della formazione.

Ufficiali e dottori saremo” implica infatti un percorso di studio, di preparazione, di crescita culturale. Le passioni sono importanti, ma per trasformarle in professioni occorrono anche disciplina e conoscenza.

La storia dimostra che il talento, da solo, raramente è sufficiente. È lo studio che consente di trasformare una passione in competenza.

Lo studio permette di:

  • organizzare le conoscenze
  • sviluppare metodo
  • confrontarsi con la tradizione scientifica e culturale
  • migliorare continuamente le proprie capacità.

In questo senso lo studio non è soltanto una fase della vita giovanile, ma deve essere un processo continuo che accompagna ogni professione.

Chi ama veramente la sua professione continua a imparare, a leggere, a confrontarsi con nuove idee. E questo atteggiamento di curiosità permanente è, ancora una volta, molto simile allo spirito con cui coltiviamo i nostri hobby.

  1. Conclusione

Possiamo tornare, in conclusione, alla frase che ha guidato questa riflessione.

“Ufficiali e dottori saremo e con il cuore la patria serviremo.”

In queste poche parole troviamo racchiusi tre elementi fondamentali:

  • la formazione, rappresentata dallo studio e dalla preparazione;
  • la vocazione, cioè la scelta di un percorso coerente con le proprie inclinazioni o passioni;
  • il servizio, ovvero la responsabilità verso la comunità.

Il lavoro non è soltanto un mezzo per costruire una carriera o ottenere un reddito. Nella sua dimensione più alta esso rappresenta l’incontro tra ciò che sappiamo fare, che amiamo fare e di cui la società o l’istituzione ha bisogno.

Quando questi tre elementi si incontrano, il lavoro smette di essere soltanto un dovere. Diventa una forma di realizzazione personale e, allo stesso tempo, un contributo al bene comune.

E forse proprio in questo equilibrio tra passione, competenza e responsabilità possiamo riconoscere il significato più profondo del nostro tema: il lavoro e i nostri hobby, perché, in fondo, la sfida più bella della vita professionale è proprio questa: riuscire a trasformare ciò che amiamo fare, in qualcosa che possa essere utile anche agli altri.

In definitiva, vedere il lavoro come servizio, significa riconoscere che le nostre capacità non appartengono soltanto a noi stessi, ma trovano la loro piena realizzazione quando vengono messe in relazione con i bisogni della società.

E se riusciremo in questo intento, allora potremo davvero dire – con piena consapevolezza – “Ufficiali e dottori saremo e con il cuore la patria serviremo.”

[1] il termine edutainment sintetizza bene questo concetto, nato dall’unione di due termini inglesi, educational (educativo, didattico) ed entertainment (intrattenimento, gioco).

Carlo Tacconelli 79-82

Kairòs mi offre l’opportunità di raccontare la mia esperienza OLTRE ciò che è stata la mia professione, ovvero l’ufficiale dell’Aeronautica Militare, ruolo delle armi. Una professione, la mia, che ho amato con tutto me stesso e che, com’era nell’ordine naturale delle cose, è terminata nel 2023 al compimento del sessantesimo anno di età.

Se da un lato, però, il 2023 ha coinciso con la fine di un percorso durato più di quarant’anni, dall’altro lato ha aperto le porte definitivamente alla mia passione e cioè scrivere, raccontare e, se possibile, coinvolgere.

A dir la verità, questo non può considerarsi un secondo momento della mia vita perché in me hanno sempre convissuto due anime: una che mi voleva militare e un’altra che, invece, avrebbe desiderato vedermi scrittore. Entrambe, fin dalla mia adolescenza, sono state parte integrante della mia persona e spesso sono anche entrate in conflitto fra loro, allorquando una voleva avere il sopravvento sull’altra e decidere su quale potesse essere il mio futuro migliore. In ogni modo, pur avendo scelto, infine, la strada delle stellette, non ho mai smesso di scrivere. E questo mi è servito tantissimo perché raccontarsi, esporsi, aprirsi è un po’ come accomodarsi sul lettino di un psicoanalista e confrontarsi sulla propria vita e su tutto ciò che ruota intorno a essa.

Per me, almeno, è stato questo. Poi, un giorno di tantissimi anni fa, dopo una reunion del mio corso, forse in occasione del  ventennale, mi è balenata nella mente l’idea di scrivere un romanzo che testimoniasse la nostra esperienza ma, soprattutto, la nostra crescita, giorno per giorno, all’interno della Nunziatella, senza trascurare anche ciò che accadeva, in quegli anni, nel mondo di fuori.

Perché questa idea? Forse per una delusione, a primo acchito, di quell’incontro a Napoli per il nostro anniversario. Lo avevo sognato tanto quel momento. Avevo pensato e ripensato che lo avremmo vissuto ritrovandoci come ragazzi e agendo ancora senza riserve o costruzioni mentali. Invece, eravamo cresciuti e, sebbene fossimo, in fondo, sempre gli stessi, i nostri ruoli e la nostra vita ci imponevano anche altro. Da qui, la decisione di provare a raccontare i nostri tre anni, ma solo attraverso le emozioni, gli stati d’animo, i momenti di crisi e di forza, senza pudori e senza vergogna, evidenziando il modo su come fossero nate quell’amicizia e quella fratellanza destinate a durare per sempre.

E così viene alla luce: “IL CADETTO DEL ROSSO MANIERO”, pubblicato in prima edizione nel 2019 a cura della Bertoni Edizioni di Perugia e che tra pochi giorni uscirà anche in una seconda edizione, riveduta e corretta.

Questo romanzo mi ha dato grandissime soddisfazioni, non solo per il successo ottenuto, ma per i ritorni di lettori o lettrici che con la Nunziatella avevano poco o niente a che fare e che hanno scoperto un mondo bellissimo e sconosciuto grazie alle mie parole.

Da qualche mese è uscito finalmente il mio secondo romanzo: “UN ESILE FILO D’ERBA” pubblicato dalla Dialoghi Edizioni di Viterbo. Per me è stata una bellissima sfida perché ho voluto cimentarmi nella storia di una donna e del suo difficile e complicato rapporto con un uomo cinico e crudele, dal quale vorrebbe fuggire via per ricominciare altrove una nuova vita. E, adesso, sto avviandomi verso un’altra avventura, ma è ancora troppo presto per parlarne…

Sandro Alverone 84-87

Ufficiale dei CC, dipingo e costruisco mobili e oggetti di legno nel tempo libero.

 


Oltre… la SMN

Ivan Solla 98-99

LETTERA DI UN ANZIANO EX ALLIEVO

Nel silenzio lungo delle mie sere stanche,

quando il tempo si piega come carta antica

tra le mani tremanti di chi ha vissuto troppo,

torno là ,

dove il mio nome era giovane

e il cuore batteva in uniforme.

Ricordo i passi, ordinati e incerti,

sul selciato che sapeva di storia e di attesa,

le voci fiere, spezzate talvolta

da un sogno più grande della disciplina.

E tu eri lì,

non solo pietra, non solo mura,

ma madre severa e dolcissima,

che ci insegnavi a cadere senza rumore

e a rialzarci con dignità.

Oh, quante albe ho rubato al sonno

per inseguire un domani che allora

non sapevo nemmeno nominare.

E quante notti ho confidato alle stelle

la paura di non essere abbastanza,

mentre il vento accarezzava le nostre inquietudini

come una mano invisibile e gentile.

Eravamo ragazzi, sì,

ma già uomini nel peso degli ideali,

inermi davanti alla grandezza della vita,

eppure pronti a giurarle fedeltà.

Ci hai preso acerbi,

ci hai restituiti forti,

ma mai abbastanza pronti

a lasciarti davvero.

Ora che il tempo mi sfugge tra le dita

come sabbia stanca di appartenere,

ti cerco nei dettagli più piccoli:

un gesto, un odore, una parola antica.

E in ognuno ritrovo un frammento di me,

quello che non ho mai smesso di essere

anche quando il mondo mi ha cambiato volto.

Se potessi tornare, solo per un istante,

non chiederei gloria né seconde occasioni,

ma soltanto di attraversare ancora quel cortile

con il cuore pieno e inconsapevole,per salutarti senza sapere

che sarebbe stato un addio.

Perché non si lascia mai davvero

ciò che ci ha insegnato ad amare.

E tu, mia scuola, mio primo orizzonte,

sei rimasta dentro di me

come una ferita luminosa,

come una patria silenziosa,

come l’unico luogo

dove il mio spirito, ancora oggi,

torna a sentirsi intero.

E quando verrà l’ultima sera,

quando anche il ricordo si farà lieve,

so che il mio pensiero

tornerà a quei giorni lontani,

a ciò che mi hai insegnato

senza bisogno di parole.

Non sarà nostalgia,

né rimpianto,

ma il segno discreto

di ciò che resta.

Raffaele Coppola 58-61

BUSSATE E VI SARÀ APERTO

  1. Perché questo titolo di contenuto biblico, tratto dal Vangelo secondo Matteo (7, 7-12) – il pubblicano –, mal visto prima di diventare uno dei discepoli del “Figlio dell’Uomo”, come Gesù amava definirsi? Perché, oltre essere uno dei cardini del pensiero cristiano, si tratta di una regola fondamentale del vivere umano e civile, che ho sempre tenuto presente nel corso dell’esistenza, dentro le mura del Rosso Maniero quindi e fuori di esse fino a questi giorni. Siamo infatti qui convenuti per raccontarci senza infingimenti e in amicizia, come si conviene a ex allievi della Scuola militare “Nunziatella”, unica al mondo non solo per noi.

“Preparo alla vita e alle armi”. Ritengo, oggi come ieri, la difesa della Patria un sacro dovere del cittadino, anche se mi sono sempre opposto al loro illecito commercio e ai guerrafondai, il cui operare è esattamente agli antipodi del dettato dell’art. 52 Costituzione.

Alla Nunziatella ci hanno educato a essere, proseguendo nell’opzione militare, ministri della sicurezza e della libertà dei Popoli in funzione della pace od onesti cittadini sempre disposti “a tutto dare e a tutto far”, se “un dì la Nunziatella chiamerà” al pari degli altri in difesa delle democratiche istituzioni del “Bel Paese”, come sovente e coralmente ripetiamo nel nostalgico canto di addio a quelle antiche mura (Mak P 100).

 

  1. Tre anni difficili durante i quali molto ho imparato dai superiori e dai miei anziani, principalmente a tener duro e a resistere sino all’estremo limite delle forze. Mai arrendersi anche quando tutto sembra effettivamente contro di te, studiando come fare per neutralizzare l’avversario senza giungere naturalmente alla sua eliminazione fisica o anche solo morale.

La vendetta è fuori dei nostri principi come per gli autentici o i primi cristiani; “essere piuttosto che sembrare”, organizzando fin nei minimi dettagli il proprio lavoro; non perder tempo perché “a chi più sa più spiace” (Dante); senso dell’onore, difesa dei più deboli e rispetto verso le donne (oggi non più di moda); infine nulla di grande o nobile si ottiene senza sacrificio (gelo e sudore) e senza aver la forza di elevarsi e rinunciare alle tentazioni o lusinghe e alle “vie del piacer”, come nel Canto XVII (ottava 61) della “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso.

 

  1. È con questi principi, pur essendo abituato alle “mollezze” di una vita agiata e probabilmente con un destino da “vitellone”, che ho terminato fra alti e bassi i tre anni del liceo classico alla Nunziatella, cimentandomi in tutti gli sport a ritmi impossibili per gli stessi allievi e allieve di oggidì, pur pensosi e convinti di percorrere il medesimo, impervio cammino. Sempre fra alti e bassi (confesso di essere tutt’altro che un santo), ma ancora una volta con determinazione, ho terminato con successo gli studi universitari in giurisprudenza presso “La Sapienza” Università di Roma e in diritto canonico presso la Pontificia Università Lateranense (l’Università del Papa), ho intrapreso la c.d., ardua carriera universitaria, che non è tale perché si può rimanere molto facilmente a terra, non c’è un principio né una fine.

Diventai così man mano, per farla breve, professore ordinario nell’Università degli studi di Bari, rimanendovi per lunghi anni in questa veste e tenendo sempre gli studenti al primo posto (gli unici per i quali non ho mai mancato a un appuntamento), nonostante gli altri incarichi ricoperti e la messe di pubblicazioni scientifiche, che venivano alla luce una dopo l’altra.

Non posso affermare di non aver sacrificato la famiglia ma, a consuntivo, sono in grado di dire di esser riuscito a tenerla in piedi con un figlio intelligente e capace, che segue in parte la mia stessa strada. Ancora a 84 anni rimango nei fatti Direttore, nel medesimo Ateneo barese, del Centro di ricerca “Renato Baccari” per lo studio del diritto canonico e del diritto ecclesiastico dello Stato nell’orizzonte europeo. Sono tuttora Avvocato del Tribunale della Rota romana per rescritto di San Giovanni Paolo II, Avvocato della Curia romana, Patrocinante nella Cassazione vaticana.

Ho raggiunto i vertici dell’Avvocatura anche in campo civile, ho ricoperto l’Ufficio di Promotore di giustizia (Procuratore generale) della Corte d’appello dello Stato della Città del Vaticano dal 4 giugno 2013 al 10 aprile 2019. Sono stato Avvocato della Santa Sede ad utrumque forum negli ultimi anni del Pontificato di Benedetto XVI e per tutto il corso di quello di Papa Francesco. La produzione scientifica (oltre trecento pubblicazioni) spazia, quanto meno nei principi, nell’intero ambito del diritto ecclesiastico dello Stato e del diritto canonico.

 

  1. Cercherò ora di descrivere per sommi capi, oltre il presente profilo informativo, oltre la rotta dei sentimenti e naturalmente oltre la prima e indimenticabile scelta (la Nunziatella), alcuni momenti salienti di una vita professionale sicuramente non comune, vissuta con il nostro spirito combattivo e visionario.

Il Vaticano visto da vicino, l’esperienza di vita accanto a Papa Francesco (che per tre volte indossò il nostro chepì), Bari come “città del ritorno” al pari di Aldo Moro da Roma, più precisamente da Casa Santa Marta in Vaticano. E poi una Corte d’appello sui generis, che applica le nostre antiche leggi e il codice di diritto canonico (qui emerge al mio fianco Marco Grattagliano, la cui presidenza della sezione Puglia segue idealmente alla mia), l’alternativa della Corte costituzionale con Rolando Mosca Moschini che richiama sua nonna (“il destino bisogna soprattutto lascialo scorrere”). Sono disponibile ad approfondimenti anche con aneddoti in un eventuale dibattito.

Indimenticabile il rapporto con Sandro Ortis (premiato in quel di Francavilla Fontana nel ricordo struggente di mio padre come Rita Levi Montalcini) e anche con Renato Benintendi, il quale sta pubblicando con il mio editore un volume incredibile sul ‘500 napoletano. Stiamo portando oltre la prima scelta all’UNESCO (qui divento protagonista per Venosa, in quanto suo cittadino onorario) le città che attraverso i certamina fanno ancor brillare nel mondo la luce della cultura e della lingua latina. Un lessico che uso nei miei atti presso il Tribunale della Rota romana (il più famoso Tribunale del mondo), nonché presso il Supremo Tribunale della Segnatura apostolica.

Sono stato in definitiva professore ordinario universitario, magistrato, diplomatico e avvocato principalmente delle nullità del matrimonio (in Italia e in varie parti del mondo, è inutile far statistiche e contarne il numero), andando oltre senza far male ad alcuno, aiutando chiunque si rivolgeva a me e difendendo in tanti scritti i più poveri fra i poveri, senza cambi di carriere in senso proprio e portando sempre nel cuore il Rosso Maniero, i suoi valori e la forza degli anni verdi. Anche in una tragica e indecifrabile notte a Orihuela in Spagna (dove fui aggredito a scopo di rapina e feci fronte a un gigante probabilmente rumeno) o nel grave incidente automobilistico la sera del 25 aprile scorso, in cui stavo per perdere la vita ma sono uscito indenne e pronto ancora a servire. E, come ho già detto ed è vero per ognuno dei presenti e degli assenti, “se un dì la Nunziatella chiamerà, noi Ex Allievi tutti uniti saremo pronti a tutto dare e a tutto far”.

 

 

Guglielmo Brancato 13-16

Sul sobillare della melodia di Aranjuez, “Adagio.2”, stendo le mie tele di parole intorno ai versi di Leopardi, che dell’ Infinito fecero beatitudine dei mortali, consegnandovi la forma e la materia dell’eternità. Insignire la nostra unica e mortale esistenza del surclassamento di ogni ostacolo è, nel nostro credo, l’unica vera ragione di vita. Fummo immortali allorquando consegnammo la nostra vita alla speme del Paradiso, e dei suoi onori sulla terra ferma. In ogni altra circostanza: ove peccammo di superbia, narcisismo o negligenza, rimanemmo mortali, destinati al cieco oblio del tempo finito.

V’è un solo unico filo che lega ogni “Fratello di Due pizzi”: il passo che mosse l’ultimo saluto alle mura del Maniero. A quel passo, in alcuni, la Dea Atena inculcò il senso dello Stato, in altri della Medicina, in altri ancora della Giurisprudenza; in alcuni, pochissimi, nulla se non sabbia. Io fui invece smarrito: fui pervaso da un abissale senso di confusione: qual era lo scopo della mia vita? Di che mi benedisse Atena?! Forse nulla, solo sabbia. Se non fosse che proprio della sensazione del più grande smarrimento, feci mia personale arma, nutrita dalla pura voglia di scoprire il Mondo e le cose che lo svelano.

Venne prima il tempo della Fisica, di come il Creato e la Cosmologia definiscono le leggi delle fantasie di Leopardi. In quel tempo m’annoiai molto, perchè fui morso più notti, nei miei incubi, della malinconia di Napoli, del suo odore mattutino e dei miei compagni d’avventura. Ero un Dante ormai perso, e abbandonato dal suo Virgilio. Impugnai la mia penna, una macchina fotografica acquistata cambiando una sterlina d’oro del mio battesimo, e diedi inizio alle danze più importanti e profonde della mia vita. Tutt’un tratto tutta quella sabbia che aveva avvolto i miei dubbi e le mie paure s’era finalmente dissolta in una folata di vento.

M’innamorai di nuovo: delle montagne, dei mari, dei volti, delle Donne, degli Uomini, dei nostri sogni, dei nostri segreti, d’ogni nostra voluttuosa espressione della forma che ci compone. Iniziai a fotografare ogni angolo che il mio sguardo potesse accogliere quale interessante, e a divorare ogni pagina di libro che mi raccontasse e mi donasse una nuova prospettiva sulla fotografia. Lessi di Roland Barthes,“Camera Chiara”, di Herman Hesse, “Siddharta”, e di Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

Nelle notti dei miei pensieri m’innamorai d’un quadro di Salvador Dali’: “Crocifissione Corpus Hypercubus”, e ritrovai i versi di Leopardi in un’immagine. Fui invaso dall’apodittico bisogno di filmare più fotografie e raccontare quella stessa sensazione. Così, durante la preparazione all’esame di Quantistica, sfruttai l’eleganza dello Stato del Gatto di Schroedinger per raccontare quella folle sensazione d’esser contemporaneamente vivi e morti e quindi prigionieri del semplice motivo d’essere stati schierati sul campo di battaglia di questa terra e di questo Mondo.

Trascinai con forza le idee iperuraniche dei miei sogni registici nella concretezza degli ostacoli reali, e di come così le imperiture e perfette idee del nostro immaginario si debbano scontrare con la forma degli atomi. Il processo di ricostruzione mi ricordò l’ idiosincrasia del Bene e del Male, e di quanto fossi chiamato alla narrazione dei loro scontri. Di qui, promisi a me stesso d’essere narratore delle mie idee, e di dedicare la mia unica esistenza all’assottigliamento dell’ Immaginario dal Reale, pronto a scontrarmi “oltre” ogni mio umano limite.

Lia Ambrosio 11-14

Fammi essere ancora tua figlia.

Fammi svegliare col suono della tromba accanto alle mie sorelle e fratelli di due pizzi.
Fammi aprire la finestra e vedere le curve sinuose di Capri e l’odore della brezza marina.

Fammi essere ancora tua figlia.

Raccontami le gloriose storie di chi mi ha preceduto.
Proteggimi dal mondo con le tue imponenti Mura.

Fammi essere ancora tua

Non smettere di guardarmi anche se la vita mi porta lontano.

Ora sono una madre, ma permettimi di essere per sempre tua figlia.

 

 

 

 

 


Oltre …la prima scelta: cambi di carriera

Umberto Albarosa 84-87

  1. La vocazione, non la scelta

Vi sono percorsi di vita che non si scelgono razionalmente, come si sceglie un corso di studi o una professione. Si riconoscono, come se esistessero già dentro di noi prima ancora che il mondo ce li mostrasse. Il mio è stato così.

Sono entrato alla Nunziatella perché era un sogno coltivato fin da bambino. Volevo essere un Soldato. Non aspiravo a una carriera, a un reddito, a un titolo. Volevo appartenere a qualcosa di grande: alla tradizione, al servizio, a una comunità di uomini e donne retti da valori che in quel mondo non si predicano soltanto, ma si vivono ogni giorno, nelle piccole cose e in quelle decisive.

Questa distinzione – tra vocazione e scelta – non è retorica. È la chiave di lettura di tutto ciò che è venuto dopo. Chi abbraccia una vocazione porta con sé qualcosa di permanente, che nessuna circostanza esterna può cancellare del tutto. Chi segue soltanto una carriera, invece, rischia di scoprire un giorno che quella carriera era l’unica cosa che aveva.

Io quella scoperta non l’ho fatta. E sono convinto che lo devo, in larga misura, agli anni della mia formazione alla Nunziatella e all’Accademia Militare.

  1. Il soldato – Folgore, Somalia, il comando

Dopo l’Accademia, l’impiego come ufficiale nella Folgore. Il comando di unità paracadutisti. Due turni operativi in Somalia, durante una missione che ci mise di fronte alla complessità brutale del mondo reale: la povertà, il conflitto, l’incertezza permanente, la responsabilità di riportare a casa i propri uomini.

Non parlerò di episodi particolari, né cercherò effetti drammatici. Dirò soltanto quello che chiunque abbia comandato degli uomini in condizioni difficili sa bene: il comando insegna cose che i libri non possono trasmettere.

Insegna che la leadership autentica non è autorità formale, ma esempio e fiducia guadagnata sul campo. Che le decisioni più importanti si prendono spesso con informazioni incomplete, in tempi stretti, senza la possibilità di rimandare. Che la responsabilità verso le persone che dipendono da te è asimmetrica: il merito di un successo appartiene alla squadra, il peso di un errore appartiene al comandante.

“Il coraggio non è l’assenza della paura. È la capacità di agire nonostante la paura, sapendo che qualcuno conta su di te.”

Quella scuola di comando – quella specifica forma di pressione, di responsabilità, di appartenenza – è rimasta con me molto dopo che ho lasciato l’uniforme. Si è tradotta in comportamenti, in riflessi, in un modo di stare nelle organizzazioni e nei rapporti umani che riconosco ancora oggi, ogni volta che devo prendere una decisione difficile.

III. La soglia – una decisione sofferta

Completato il periodo di comando, è arrivato il momento più difficile: lasciare l’Esercito.

Lo chiamo “la soglia” perché è stato esattamente questo: un passaggio. Non una fuga, non un ripudio. Ma un punto di non ritorno che ha richiesto una scelta consapevole, meditata, anche dolorosa.

Il soldato che ero non voleva andarsene. Il basco rosso, l’appartenenza alla comunità militare, ai valori che quella vita incarnava era – ed è rimasta – parte di me in modo profondo. Ma esistevano ragioni altrettanto forti che tiravano nell’altra direzione: una meravigliosa famiglia che richiedeva più attenzione, nuovi progetti, le opportunità che si aprivano, la consapevolezza che la vita si sviluppa in capitoli e che il coraggio, a volte, richiede di voltare pagina.

La domanda che mi sono posto in quel momento – e che mi sono trovato a porre anche ad altri, nel corso degli anni – è semplice nella forma e difficile nella sostanza: cosa rimane di me quando tolgo l’uniforme?

Questa domanda merita una risposta onesta, non consolatoria. Perché se la risposta è «nulla» – se l’uniforme era tutto – allora il distacco è una perdita irreparabile. Ma se la risposta è «i valori, i metodi, la forma mentis» – allora l’uniforme era il contenitore, non il contenuto.

Per me, la risposta è stata la seconda. E questo mio scritto – quasi una confessione – è, in fondo, la spiegazione di come l’ho scoperto.

  1. Il trasferimento dei valori – Dal campo al mercato

I primi anni nel mondo aziendale, prima come dirigente alla Texas Instruments poi alla Schlumberger, sono stati una verifica sul campo di questa tesi.

Il mondo corporate ha le sue gerarchie, le sue dinamiche, i suoi rituali. Non è il mondo militare. Ma alcune competenze fondamentali si traducono con sorprendente fedeltà.

La pianificazione sotto pressione

Chi ha pianificato operazioni in ambienti ostili sa che un piano non sopravvive mai al contatto con la realtà, e che il valore della pianificazione non sta nel piano in sé ma nella capacità di adattarsi quando le cose cambiano. Questa flessibilità cognitiva – la capacità di mantenere l’obiettivo fisso mentre si cambia la rotta – è preziosa in qualsiasi contesto organizzativo.

La gestione del rischio

Il militare impara presto che l’obiettivo non è eliminare il rischio – impresa impossibile – ma comprenderlo, misurarlo, e prendere decisioni informate nonostante l’incertezza. Questa attitudine è la stessa che serve a valutare un’opportunità di investimento, a negoziare un contratto, a costruire un’impresa.

L’etica del comando

Forse il trasferimento più importante è quello dei valori etici: la fedeltà agli impegni presi, la lealtà verso i collaboratori, la chiarezza nelle comunicazioni difficili, il rispetto della dignità delle persone a prescindere dalla gerarchia. Nel mondo degli affari, queste qualità non sono scontate. E proprio per questo, quando ci sono, diventano un vantaggio competitivo reale.

  1. Il capitolo più prezioso – I fratelli come squadra

La parte della mia storia che trovo più difficile da raccontare in pubblico – e forse proprio per questo la più autentica – è quella della scelta di fare impresa con i miei fratelli Stefano (83-86) e Gabriele (84-87).

Non è stata una scelta ovvia. Anzi, all’inizio era fonte di preoccupazione. Mescolare affari e fraternità è un’operazione rischiosa. La letteratura imprenditoriale è piena di storie di famiglie distrutte da società di famiglia, di fratellanze che non hanno resistito al primo contrasto di interessi. E il nostro legame aveva radici particolari: eravamo stati uniti anche dalla perdita di nostro padre Francesco, Capitano degli Alpini caduto in servizio quando eravamo ancora piccoli.
Una perdita in realtà vissuta da sempre come una diversa invisibile presenza, ugualmente capace di esserci accanto in ogni difficoltà: con una forza d’animo incommensurabile, e di cui mai smetteremo di esserLe grati, questo ci ha trasmesso Mamma Francesca fin dal primo istante dopo l’incidente.

Quella esperienza ci aveva formati in una fratellanza solidissima, e l’idea di compromettere il nostro rapporto per ragioni di business era un peso serio.

Eppure abbiamo scelto di farlo. E quella scelta si è rivelata, col tempo, uno dei migliori investimenti della mia vita.

La chiave è stata la fiducia. Non la fiducia cieca, ma quella costruita su anni di conoscenza reciproca profonda, di valori condivisi, di prove superate insieme. Con Stefano e Gabriele non ho mai dovuto chiedermi se la persona con cui stavo trattando avesse un’agenda nascosta. Non ho mai dovuto sprecare energia in dinamiche politiche interne. Ho potuto concentrare ogni risorsa sull’obiettivo comune.

Le stellette sono rimaste cucite sotto pelle – anche in questo. Il modello militare di coesione, di fiducia verticale e orizzontale, di missione condivisa, si è applicato naturalmente alla dimensione familiare. La nostra squadra aveva la solidità di chi si conosce da sempre.

Questo è forse il messaggio più personale che posso condividere con voi oggi: il meritare fiducia non è soltanto un valore etico. È un asset strategico. E la capacità di costruire relazioni autentiche – di essere il tipo di persona di cui gli altri si fidano – è una competenza che la Nunziatella e l’Accademia Militare formano in modo unico.

  1. Il percorso – Telematica, Romania, energie rinnovabili

Il percorso imprenditoriale ha attraversato settori molto diversi tra loro. Una start-up nel mondo della telematica satellitare, quando quella tecnologia era ancora agli albori. Poi lo sviluppo di grandi centri logistici in Romania, nel primo decennio degli anni 2000, in un paese che cresceva con una velocità e una fame di futuro che ricordavano certi ambienti operativi: molto da costruire, poco di consolidato su cui appoggiarsi, massima esposizione all’incertezza.

E poi la passione per le energie rinnovabili. Grandi impianti fotovoltaici sviluppati in Romania e in Medio Oriente, e ora le nuove sfide legate all’ibridizzazione con la componente di storage – una tecnologia che trasforma i pannelli solari da fonte intermittente in vere e proprie centrali elettriche autonome, capaci di garantire energia quando il sole non c’è.

In ognuno di questi passaggi ho ritrovato le stesse costanti: la capacità di operare in contesti incerti, la disciplina nella pianificazione, la resistenza alle avversità, l’orientamento all’obiettivo. Non le ho cercate consapevolmente – le ho semplicemente ritrovate, come se fossero stati sempre lì, sedimentate negli anni della formazione militare.

C’è anche un filo più sottile che attraversa questo percorso, e che sento come una continuità profonda con la mia storia di soldato: il contributo a qualcosa di più grande di me stesso. Alla Nunziatella, in Accademia, nella Folgore quel contributo aveva una dimensione immediata e tangibile. Nell’imprenditorialità, si esprime diversamente – nella creazione di lavoro, nello sviluppo di infrastrutture, nel contribuire alla transizione energetica – ma la sostanza non è cambiata. Si tratta sempre di servire.

VII. Le stellette cucite sotto pelle

Permettetemi di tornare all’immagine con cui ho cominciato questa riflessione, e che è anche il titolo di questo intervento: il soldato che ero ha cambiato impiego, ma non ha cambiato identità.

“Le stellette rimaste cucite sotto pelle” è un’immagine che ho trovato in me stesso molti anni dopo aver lasciato l’uniforme, in un momento di difficoltà professionale. Mi sono scoperto a reagire esattamente come avevo imparato a reagire da ufficiale: con calma, con metodo, con la priorità assoluta alla cura delle persone che dipendevano da me. Non era una scelta deliberata. Era un riflesso. Qualcosa che si era sedimentato così in profondità da diventare automatico.

Questo, credo, è il dono più grande che la Nunziatella e l’Accademia Militare fanno ai loro allievi. Non è il brevetto, non è il grado, non è il titolo. È la formazione di un carattere. È l’allenamento di qualità che non scadono con il congedo – anzi, che si moltiplicano nel contatto con il mondo reale.

Parlo di lealtà, di dignità, di spirito di servizio, di fedeltà alle istituzioni e agli impegni assunti. Parlo della capacità di costruire e tenere una squadra, di essere il tipo di persona di cui gli altri si fidano nei momenti difficili. Parlo della consapevolezza che la vera leadership non è esercizio del potere, ma assunzione di responsabilità ed esempio.

Questi valori non sono esclusivi della cultura militare, naturalmente. Ma la cultura militare – nella sua versione migliore, quella che ho conosciuto alla Nunziatella, in Accademia e alla Folgore – li insegna con una intensità, una coerenza e una continuità che poche altre esperienze formative sono in grado di eguagliare.

A chi è più giovane di me, e si trova magari in quel momento delicato in cui si lascia un’identità per costruirne un’altra, voglio dire questo: quello che avete ricevuto alla Scuola non ve lo porta via nessuno. Tenetelo con voi non come un ricordo, ma come una bussola.

“Oltre la carriera” non è un titolo nostalgico. È un programma. Significa che ciò che siamo stati ci appartiene per sempre, e che possiamo – anzi, dobbiamo – portarlo nel mondo che abitiamo oggi, qualunque esso sia.

Il soldato che ho smesso di essere ufficialmente continua a servire. Con strumenti diversi, in contesti diversi, ma con lo stesso spirito. E questo, alla fine, è l’unica fedeltà che conta davvero.

Luca Arpaio (1985-1988 Classico B)

Ho frequentato il Rosso Maniero dal 1985 al 1988 ed ero anziano al bicentenario. All’epoca i primi 12 allievi per voto della maturità, se idonei fisicamente, entravano a Modena per diventare Ufficiali dei Carabinieri. Io sono stati uno dei 12 fortunati. Cosi ho frequentato Modena e poi la scuola Ufficiali di Roma. Principale motivazione per tutto ciò, oltre trovare un legittimo sbocco lavorativo, la mia inclinazione ad aiutare gli altri e senso della giustizia e rispetto delle regole.

Sono stato destinato alla scuola sottufficiali di Velletri dove sono rimasto per 4 anni. Dopo vi sono stati 3 anni in Sardegna a Carbonia come comandate di compagnia e anche due missioni all’estero. Anni meravigliosi e piene di esperienze formative di cui saro’ sempre grato all’Arma e allo Stato. Nel mentre pero’ ero legato ad una ragazza, oggi mia moglie, che viveva a Boston per frequentare un Dottorato (PHD) in economia a Boston College. Viaggiando spesso tra L’italia (Sardegna) e Boston, mi ero convinto che potevo cambiare carriera come molte persone che avevo conosciuto in America.  Dovevo pero’ riqualificarmi. Certamente nella mia vita militare aveva notato aspetti che non mi piacevano ma piu’ che lamentarmi e trascinarmi avevo deciso di fare altro, migliorare il mio futuro, insomma scommettere su di me. Il fatto che il cambiamento non sia stato una fuga ma una decisione ponderata mi ha portato anche a non avere pentimenti ma a guardare con serenità e ammirazione chi invece ha deciso diversamente e di rimanere nell’Arma.

Allora ho deciso di risparmiare per pagarmi un Master di due anni in finance a Boston e cosi in Bosnia ho migliorato la conoscenza della lingua inglese e mi sono messo a studiare per il GMAT.

Sono entrato a Tufts University e poi una volta finito sono entrato a lavorare in una banca Paine Webber a Boston.

Oggi lavoro in UBS Lussemburgo nel Wealth Management.

Il mio percorso è atipico in quanto ho fatto un cambio di carriera molto forte dove non vi è continuità coi miei iniziali studi legali o militari e le mie amicizie e-o conoscenze militari non hanno incidenza sul mio lavoro e sono quindi contatti che coltivo solo per interesse e piacere personale.

Il filo comune sono i principi che ho ricevuto dalla mia famiglia e dalla Scuola Militare, fra tutti essere piu’ che sembrare e poi, ad esempio, il perder tempo a chi piu’ sa, piu’ spiace.

Passare da capitano dei Carabinieri a studente in un paese straniero, dove in inverno si arrivava a meno 17, non è stato facile. Studiare finanza, statistica e matematica ha richiesto molto tempo e sforzo.

Qualche volta mio padre mi ha chiamato illuso e si dispiaceva perche perdevo tempo per l’avanzamento (era un ex ufficiale dei Carabinieri). Mia madre, invece, era solo preoccupata che facessi qualcosa che mi piacesse (meno male che c’era lei). Silvia, mia moglie e all’epoca la mia ragazza, mi ha sempre supportato e sopportato.

Alla fine pero’, è stata la mia scelta e sono contento di quello che faccio e di quello che ho raggiunto senza dover rinunciare ai miei principi. Sinceramente per esperienza familiare non sapevo cosa volesse dire lavorare in una banca e fare investimenti e poter dare una mano in questo modo a persone che lavorano. Per questo motivo sto scrivendo perché è bene parlare con altri delle esperienze che si fanno soprattutto se sono distanti o sconosciute.

Magari si scopre qualche lavoro o professione che piace e quindi ci si può dedicare a provarlo a fare.

Infine, cambiare lavoro o deviare da un percorso formativo, come ho fatto io, e’ possibile e bisogna solo crederci …make your own luck!


Oltre …la Disco

Pierfederico Tedeschini 98-01

Sembra un sogno, ma la mia musica è stata pubblicata da Warner music, l’etichetta di gente come Michael Jakson, Elvis Presley o Prince 😄…

È un pezzo che tende al commerciale, cosa che non mi appartiene. Vuole semplicemente essere un tributo ad un pezzo che faceva musica italiana anni fa e che i giovani ignorantemente ignorano.


Oltre …l’agonismo

Marcello Vigliotta 77-80

Presentazione condivisa all’evento

Qualche tempo fa, ho fatto vedere ad un altro amico la foto del triathleta giapponese Hiromu Inada, che nel 2018 si è dapprima qualificato e, poi, ha partecipato alla finale mondiale IronMan alle Hawaii. La cosa ha fatto una notevole impressione. Per chi non è molto addentro al tema triathlon, il Signore, allora ottantaquattrenne, in un arco di tempo di circa 11 mesi ha corso due IronMan, ricordiamolo, la gara consiste in: km 3,8 di nuoto, km 180 di bici e km 42,195 di corsa. Effettivamente è un’impresa che ha dell’eccezionale. In ambo le occasioni, come da regolamento, ha “chiuso” entro il tempo massimo previsto, di 17 ore. A dirla tutta, nel 2017, si era comunque qualificato, ma a Kona, la Città dove si corre la finale mondiale, aveva terminato la gara poco oltre le 17 ore, quindi il suo risultato del 2017 non è ufficiale. La spiegazione sta tutta nelle particolari condizioni climatiche delle Hawaii. Ad ottobre, le temperature sono ancora estive, l’umidità è particolarmente elevata, ed il vento la fa da padrone. Ma il figlio del Sol Levante, si trova in buona compagnia, Sister Madonna Buder, sì una suora, soprannominata Iron nun, ha corso un IronMan alla stessa veneranda età di 84 anni. Posso anche citare Cameron Brown, che nel 2016, all’età di 44 anni ha vinto per la dodicesima volta l’IronMan Nuova Zelanda. Questi dati ci fanno capire che, in un certo senso, il triathlon, è uno sport per atleti in avanti con gli anni, diciamo maturi. Seppure agli ultimi campionati mondiali IronMan 70.3 il vincitore è stato Gustav Iden, atleta norvegese di (soli) 23 anni. Ma ci sono, in particolare negli ultimi tempi, tanti esempi di longevità sportiva. Kareem Abdul Jabbar si è ritirato dal basket giocato a 42 anni, Michael Jordan, ha smesso di imbucare canestri a 40 anni. Francesco Totti ha smesso di prendere a calci un pallone anche lui a 41 anni. Il ciclista Laurent Jalabert adesso corre ironMan come atleta age group (nel triathlon non si dice amatore). Lo stesso fa Aleksander Vinokurov. Sicuramente nell’infinito mondo del web si possono trovare tanti esempi altrettanto illustri.

 
Ma come, potrebbe dire qualcuno, lo sport non è una cosa per giovani? Diciamo che non è proprio vero. È dimostrato scientificamente che una vita attiva produce una marea di vantaggi. Anche se conosco delle presone che, ancora oggi, credono che lo sport sia deleterio. Recentemente, uno studio ha dimostrato che per ogni ora di corsa, si guadagnano tre ore di vita. In pratica, con i miei ritmi di allenamento, ogni anno guadagno un mese in più.

Ma come si fa ad arrivare così in avanti nel tempo nello sport, tanto di eccellenza quanto a livello non di eccellenza assoluta? Personalmente credo che, come per tutte le cose, non ci sia una ricetta unica. Secondo me, ci vuole un mix di buona salute, volontà e passione per quello che si sta facendo. Per buona salute si intende un valore non assoluto, ma relativo all’età biologica. Leggendo la biografia di questi sportivi, si può facilmente vedere che tutti quanti, nel corso della loro carriera sportiva, hanno avuto degli infortuni, sia di lieve entità, sia meno lievi. Oggi la medicina ha fatto talmente tanti progressi da consentire un recupero, se non “ad integrum” quanto meno funzionale da tantissime problematiche. Mi permetto di raccontare la mia personale esperienza. A 57 anni ho subito la rottura dei legamenti della caviglia per due volte. Sono stato operato per la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Ho tre ernie del disco: l5/s1, l4/l5 e l3/l4. Ho il setto nasale, la mandibola e la clavicola destra fratturati. Questo per quanto riguarda il curriculum degli infortuni. Quello da triathleta è fatto da: 3 IronMan, 14 IronMan 70.3 (distanze dimezzate), 5 Xterra (il triathlon con la mtb e corsa simile al trail running), 11 maratone, e poi non so quanti tra triathlon olimpici, sprint, duathlon, mezze maratone, gare di gran fondo di nuoto, ciclismo, sci da discesa, ecc.

Ma quali sensazioni si provano? Molte persone mi fanno questa domanda. Per me, oggi, il triathlon, è uno stile di vita. Non so descrivere una sensazione. Faccio sport perché mi sento bene durante e dopo. Difficilmente non ho voglia di allenarmi, e questo potrebbe essere il lato motivazionale. Mi alleno tutti i giorni, anche due volte al giorno, adesso non mi alleno praticamente mai tre volte al giorno. Mangio un po’ di tutto, cercando di non eccedere. Sono seguito da una nutrizionista. Riposo adeguatamente. A che età si comincia? Oggi, anche nel triathlon, per raggiungere l’eccellenza è importante cominciare da piccoli. È uno sport molto tecnico, con la costanza si continua a migliorare nel tempo, personalmente le mie prestazioni assolute sono migliorate fino ai 55 anni. Attualmente sono un po’ calate in termini assoluti, ma migliorate in riferimento all’età biologica.

Concludendo il motto, oppure mantra, è: non parliamo più di terza età, ma parliamo di seconda giovinezza.

Aloha

Gabriele Albarosa 84-87

Ottobre 2022, Tangeri. 31°C, 13°km della mezza maratona che fa da cappello ai 2k a nuoto 🏊‍♂️ e 90k in bici 🚲 cominciati ore prima. Tredicesimo per me, ventesimo per mio figlio che mi stava doppiando!
Gioia di poter trascorrere qualche secondo al suo fianco, invidia infinita nel processare mentalmente il fatto che 10’ dopo, mentre io avrei continuato la mia corsa a striscio nell’inferno dell’ultima ora, lui sarebbe stato a sorseggiare, gambe all’aria, una birra fresca. Otto mesi di allenamento per il mio primo (e unico) ironman 70.3. Mio fratello Stefano 83-86 ottimo fondista mi aveva bullizzato a tentare l’impresa, insieme a lui e all’altro mio fratello Umberto 81-84, l’uomo che “covid 20km al giorno”. Mio figlio Alexander: “se lo fai tu lo faccio anche io…” e chi poteva rifiutare?!? Dalla modalità divano estremo a 2+ ore, 5gg la settimana, di allenamento.
Sto scoppiando.
Le ginocchia, la coscia escoriate dalla brutta caduta esattamente sette giorni prima, sotto un ponte della ferrovia. Due incappucciati interessati alla mia bici rosso Ferrari, troppo tardi per evitarli… uno ti calcia a terra, l’altro impugna un machete intimandoti a gesti di mollare il telaio. E mentre scompaiono nel cemento della città attorno l’unico pensiero possibile è: “e mo’ come mi procuro una bici entro giovedì?!?”.
No, questa gara non me la fottete e no… non mi fermerò!

Celestino Petrone 93-96

Settembre 2023, prima gara Ironman all’eta’ di 46 anni, un traguardo che al di la’ dello sport mi ha insegnato tante cose tra cui la cura del fisico, dell’alimentazione e le potenzialita’ che ogni uomo ha quando punta sul serio un obiettivo e crede fermamente nelle proprie forze! In pratica mi ha rivoluzionato la vita!! Conceive-Believe-Achieve!!!

Francesco Norante 84-87

Primo Ironman a 50 (Lanzarote) scelto sulla base dello spring break di mi figlia all’epoca alle elementari. Secondo l’anno dopo. Sempre stessa scalata in bici 2700m. Il terzo in Florida dove pensavo fosse finalmente una gara ‘flat’ ed invece…

  

Nel primo,trovarsi alla partenza di un qualcosa che non sapevo se fossi mai riuscito a finire e poi, anche se esausto, arrivare al traguardo e sentirsi una persona diversa e’ una sensazione che non riesco veramente a spiegare.

Il secondo è stato forse umanamente il più difficile. La mia compagna dopo 11 anni ed una figlia se ne era andata due mesi prima della gara. Sono andato da solo, senza nessun supporto, nessuno che mi aspettava all’arrivo. Alla fine mi sono trovato lì seduto su di una panchina con una pizza fredda in mano. Ricordo che la sera mentre tutto festeggiando decisi di andarmi a fare altri 10km di corsa leggera. Lo so che è difficile da comprendere ma mi sono sentito forte e ho capito che la vita mi avrebbe dato altre possibilità.

L’ultimo è stato invece intimo, accompagnato da quella che sarebbe diventata lo scorso anno mia moglie. Anzi non vedendomi muovere sul tracker prese un bici e venne a cercarmi sul percorso della maratona. Io che correvo (lentamente devo dire 🤣) la vidi arrivare e mi dissi: ‘questa è pazza’. Poi ci abbracciamo e sono ripartito con un’altra energia! Ora alla soglia dei 60 spero di continuare a poterne fare ancora altri. E’proprio vero l’Ironman ti cambia la vita ❤️

Francesco Battaglia 89-92

Giugno 2023: taglio il traguardo a Cagnes-sur-Mer, conquistando il mio primo 70.3. Un momento che racchiude anni di sogni, iniziati quell’estate da Kap’s, quando nacque dentro di me il desiderio di diventare un triatleta. Quel sogno, però, è rimasto vivo nel tempo e si è concretizzato soltanto 30 anni dopo, in seguito ad un percorso costruito gradualmente attraverso anni di partecipazione a maratone e mezze maratone, che mi hanno permesso di sviluppare resistenza fisica e mentale. Da allora: impegno, passione, disciplina e sacrificio. Gli stessi valori che la Nunziatella mi ha insegnato e che ancora oggi porto con me, in gara e nella vita. Il triathlon è entrato nella mia vita inizialmente come una sfida personale, ma nel tempo è diventato molto di più: un percorso di crescita, equilibrio e scoperta continua.
Allenarsi per tre discipline diverse – nuoto, ciclismo e corsa – significa imparare a convivere con la fatica, con la gestione del tempo e con la necessità di mantenere costanza anche nelle settimane lavorative più intense.
Dietro ogni gara ci sono sveglie all’alba, allenamenti incastrati tra lavoro e impegni familiari, sessioni svolte quando sarebbe più facile rimandare. Ma è proprio lì che il triathlon diventa qualcosa che va oltre lo sport: un esercizio quotidiano di disciplina, resilienza e capacità di adattamento.
La preparazione per competizioni di triathlon ed Hyrox mi ha insegnato che la performance non nasce soltanto dalla condizione fisica, ma soprattutto dalla continuità e dalla capacità di affrontare i momenti difficili senza perdere motivazione.
Ci sono giornate in cui l’obiettivo è migliorare un tempo, altre in cui semplicemente si lotta contro la stanchezza. In entrambe, però, rimane la soddisfazione di aver fatto un passo avanti.
Accanto al sacrificio c’è anche il divertimento: il senso di libertà durante una lunga uscita in bici, l’energia condivisa nelle gare, il confronto con persone accomunate dalla stessa passione, l’adrenalina della partenza e la soddisfazione di tagliare un traguardo dopo mesi di preparazione.
Cerco inoltre di vivere lo sport come un’esperienza da condividere con la mia famiglia. Quando possibile porto con me moglie e figli alle gare di triathlon e Hyrox: trasformare una competizione in un momento di viaggio, condivisione e partecipazione rende ogni esperienza ancora più significativa. Sapere di averli vicino lungo il percorso o all’arrivo aggiunge motivazione e valore a tutta la preparazione.

Le gare di Hyrox, inoltre, rappresentano anche un’occasione speciale di condivisione con mio figlio quasi ventenne, con cui partecipo in coppia. Vivere insieme allenamenti e competizioni mi permette di trasmettergli valori in cui credo profondamente: disciplina, impegno, costanza, spirito di sacrificio e passione per la fatica intesa come strumento di crescita personale.
Condividere questi momenti crea un legame forte, fatto di supporto reciproco, obiettivi comuni e soddisfazioni conquistate insieme.
Lo sport rappresenta anche un complemento importante alla mia attività professionale. Nel lavoro come nell’allenamento servono pianificazione, gestione degli imprevisti, lucidità sotto pressione e capacità di perseguire obiettivi nel lungo periodo. Molte delle competenze che utilizzo nel mio lavoro trovano un parallelo naturale nella preparazione sportiva: organizzazione, disciplina, adattabilità e mentalità orientata al risultato.
Coltivare una passione “oltre la routine” significa per me mantenere viva la curiosità, continuare a mettersi alla prova e ricordarsi che la crescita personale passa spesso dalla capacità di uscire dalla propria zona di comfort.
Ogni allenamento, ogni gara e ogni nuovo obiettivo diventano così parte di un percorso che va oltre lo sport e contribuisce a costruire equilibrio, energia e motivazione anche nella vita quotidiana.

Massimiliano Giovanniello 05-08

Ci sono due posti dove puoi essere davvero felice.
Negli occhi di chi ami.
E mentre stai inseguendo qualcosa che ti costringe a diventare una versione migliore di te stesso.

Per me, quel posto, è stato l’IRONMAN.

11 ore e 23 minuti.
226 chilometri.
Il mio primo Ironman dopo sette stagioni di triathlon.

 

Oggi vediamo tutto troppo veloce: programmi estremi, risultati immediati, ossessione per la performance.
Ma certe esperienze non si conquistano in fretta.
Vanno costruite lentamente.
Con costanza. Con errori. Con giorni storti. Con allenamenti fatti quando non ne hai voglia. Con sacrifici invisibili che nessuno applaude.

In questi anni ho capito che il triathlon non ti allena solo fisicamente.
Ti mette davanti ai tuoi limiti, ai tuoi dubbi, ai tuoi demoni.
E a un certo punto smetti di combatterli: li accetti.
E trasformi la paura in coraggio.

Durante quell’Ironman non stavo solo gareggiando.
Stavo facendo i conti con me stesso.

La fatica, a tratti, era quasi catartica.
Come se ogni chilometro togliesse rumore, lasciando solo l’essenziale: respirare, avanzare, resistere.

E forse è questo che amo di questo sport.
Non la medaglia.
Non il tempo finale.
Ma la persona che sei costretto a diventare per arrivare al traguardo.

Non abbiate fretta.
Godetevi il percorso…quello sarà il vero successo ed il vero valore aggiunto.

Umberto Albarosa 84-87 

 

Tangeri, ottobre 2022. IronMan 70.3.

Due chilo metri di oceano alle spalle. Centinaia di corpi in lotta per ogni metro, braccia e gambe intrecciate in una battaglia silenziosa e feroce. I muscoli ancora tesi, l’equilibrio ancora incerto nel passaggio dall’acqua alla terra, la mente sospesa su un’unica domanda: ce la farò?

Poi, tra la folla, lo vedo.

Emerso qualche secondo prima. Riconoscibile tra tutti. Mio fratello Gabriele.

E in quell’istante la domanda cambia forma. Non è più ce la farò — è ce la faremo. Come sempre. Come ogni volta che la strada si fa dura e l’arrivo sembra lontano.

Davanti a noi: 90 chilometri in sella, poi la mezza maratona. Dentro di me: la certezza silenziosa di chi sa di non correre mai davvero da solo.

Giuseppe de Magistris 86-89 

Perchè ho deciso di gareggiare nel Triathlon, nella c.d. Triplice 🏊🏻🚴🏻🏃🏻‍➡️?

Ci pensavo da tempo, poi, il 29 luglio 2018, proprio al mio primo giorno di allenamento, mentre scendevo delle scalette che mi portavano in mare a Brindisi dove all’epoca prestavo servizio, scivolo, cado e si stacca il tendine del bicipite destro!
È lo stesso infortunio del grande Yury CHECHI, mi dicono, si è ripreso in XX mesi e ha vinto l’Argento ad Atene (meritava l’Oro!!!), resto in servizio, la notte prima dell’intervento d’urgenza un medico mi becca in corsia mentre faccio i calf sui polpacci e mi minaccia d’ingessarmi piuttosto che utilizzare un dispositivo <<un po’ meno invasivo>>, vengo operato, resto in servizio, ho veramente problemi molto seri su più fronti, il braccio fa male, continuo ad alzarmi alle 5 come mia abitudine, mi alleno: faccio i calf, aggiungo gli squat e i crunch, pedalo sulla spin bike in casa, a fine ottobre inizio la riabilitazione, fa male, ho intanto sviluppato una tendinosi ai tendini d’Achille, CHE MALE!, a marzo 2019 corro la maratona di Roma, tempone!
A settembre 2019 vengo trasferito a Vicenza, terra di ciclisti, Prosecco e triathleti: m’iscrivo all’Ironman del 19 settembre 2020 di Cervia (giorno del mio anniversario di matrimonio!!! … ma ormai mi ero già separato) senza aver MAI partecipato in una gara di Triathlon in vita mia e senza nemmeno ancora aver acquistato la bici 🚴! La seconda ondata della pandemia piomba inesorabile e la gara viene cancellata 18 giorni prima dell’evento (era martedì pomeriggio, avevo fatto 🚴🏻all’alba su per i Colli Berici, e appena finito ripetute 🏃🏻‍➡️. Mi sono mancate letteralmente le forze…ho pianto alla lettura di quella maledetta e-mail.
Ma continuo ad allenarmi, e “corro” l’Ironman 2021, l’IM 2022 (freezing conditions…miracolosamente ”mischiati” con quelli del 70.3, che caos, il giorno dopo l’alluvione che devastò Marche settentrionali e riviera romagnola), quello del 2023 e del 2024, ma poi anche quello dell’anno scorso, 2025, e – a Dio piacendo – quello di quest’anno, e dell’anno prossimo e degli anni a venire, sperando che il Signore mi preservi sempre nell’anima e nello spirito.

La gara più bella? Deve ancora venire.

La prestazione migliore? Devo ancora farla.

È il cammino verso l’IM che conta. Gli allenamenti prima dell’alba (mia abitudine di sempre, anche quando preso dagli imprevisti e impegni operativi più pressanti e urgenti), quelli all’ora di pranzo sotto il sole cocente oppure a tarda sera, quando molti vanno o sono già a letto, oppure entrano in un discobar aut similia.

Quasi sempre da solo, con me stesso.

Come solo ero nella mia prima gara in assoluto di triathlon, il 30 luglio 2020, nella bellissima Arona, sul Lago Maggiore. È un “mezzo”. Mai nuotato prima in acque libere…solo fatto qualche bracciata al mare, ma mai in un lago. Un ippopotamo era (ed è) più agile di me. Ma avevo degli occhialini fighissimi, tutti scuri e super cool… poi vedremo. Come bici, una semigravel da ciclo turismo per scalare il terribile Mottarone … e tanto cuore, proprio tanto.

Al mio fianco a me, però, a sostenermi, il mio inseparabile fratellone, Antonello, che non mancherà mai in tutti i miei appuntamenti IM, aggiornando costantemente le trepidanti Mamma e Angela, mia sorella, nonché mia figlia Sofia (… e tutto il resto del mondo) e che solo pochi giorni prima mi aveva detto di andarlo a trovare dopo il lockdown, approfittando della gara. Mi riesco a iscrivere, nonostante fossero state chiuse le iscrizioni (non mi chiedete come… W i CC): 360 uomini (+1, ovvero io) e 140 donne, solo 1/3 dei partecipanti rispetto al passato, ma era già tanto che la gara si facesse nonostante la maledizione della pandemia.

Presenti SQUADRONI di atleti professionisti provenienti da mezza Europa, proprio perché era la prima gara in Europa a essere autorizzata dopo il lockdown …e c’ero anch’io! 😱😱😱

Mi ero allenato, sì, ma a nuoto ero (e sono) incredibilmente lento…IN-CRE-DI-BIL-MEN-TE lento! In bici, un bradipo, e non solo per il mezzo…tra l’altro, alla mia PRIMA uscita, a fine maggio, per andare a fare il Monte Grappa Day (130 km a/r con quasi 3.000 mt. di D+), sotto casa prima di partire, cado come una pera e mi provoco una frattura di 1* grado al gomito dx sul radio (che mi è costata un mese buono di fermo biologico!!!)…ma, nonostante tutto, arrivo fino alla mitica Cima Grappa e torno a casa (per poi andare al Pronto Soccorso, anche per una vespa che – INTANTO – ha ben pensato di schiantarsi sulle mie labbra sulla strada del ritorno)…😱😂😂

Torniamo ad Arona.
Noi uomini, scaglionati, entriamo (o meglio “entrano”) in acqua… tutti, io me la prendo con calma, perché sto iperventilando come un piroscafo…mi superano tutti, anche le donne che seguivano. Mi decido a nuotare…iperventilo quasi subito…continuo…non mi calmo…mi metto sul dorso come il mio carissimo amico e compagno di banco dall’Accademia (nonché campione di nuoto…LUI!!!) mi ha consigliato, provo a calmarmi…mi raggiunge un tizio con la moto d’acqua, mi chiede se stia bene…gli mento spudoratamente, poco gentilmente -,con un forte accento che accentua la mia meriodionalità – mi fa notare che sto andando nella direzione sbagliata, invece che lungolago, mi sollevo i miei occhialini super cool, gli chiedo dove sia la boa, lui mi dice: <<e che non la vedi???>> E io: <<NO!!!, te l’ho pure chiesto!!!>> (ho QUALCHE problema di vista), gli chiedo se possa aggrapparmi un attimo al suo water jet, mi dice di sì, aggiungendo beffardamente mentre mi appresto ad avvicinarmi <<poi, però, ti squalificano!>>. Mi fermo, siamo dispersi in mezzo al lago, solo noi 2, gli chiedo aiuto pietosamente, lui mi risponde con una domanda: <<che vuoi ritirarti???>>, io mi sollevo di nuovo i miei occhialini super cool, mi guardo intorno (siamo noi due in mezzo al lago!!), gli chiedo: <<dici a me????????????>>, rimetto gli occhialini super cool e inizio a nuotare SENZA esitazione alcuna (ma le acque libere continuano a essere il mio spauracchio)
Esco dall’acqua 29” (29 SECONDI!!!) prima de tempo limite, 29”, inseguito da un giudice che mi minaccia di squalificarmi perché quasi fuori tempo limite (quasi, gli ho ricordato), arrivo in zona cambio, c’è solo la mia bicicletta 😂😂😂, parto in bici, inseguito dalla moto <<fine corsa>> e dal furgone c.d. SCOPA (perché raccoglie i derelitti), mi faccio il bellissimo lungolago fino a Stresa e incrocio tutti quelli già sulla via del ritorno, mi “faccio” il mitico Mottarone in completa solitudine, arrivo finalmente in vista del T2 e supero – in discesa – un’atleta donna, cui, però, cedo il passo all’ingresso della zona cambio. Chivalry matters in my book!

Ci sono atleti che stanno già per riprendere le bici, mentre io mi cambio le scarpe! Li incrocio mentre inizio a correre, sembro un posseduto, non sto nella pelle! Entusiasta inizio a correre, rido, piango, mi faccio le foto con mio fratello e registro video…canto, urlo e corro, inizio forte, arrivo fortissimo! Chiudo 315esimo su 360 (+1, ovvero io) atleti di sesso maschile…dopo aver passato 2/3 della gara in 361esima posizione, non ricordo il dato complessivo, ma chi se ne importa! Ho finito la mia prima gara di triathlon in assoluto. Felice e spensierato come un bambino!
E da quel momento non mi sono più fermato. E non mi fermerò. A Dio piacendo. 🙏

È sempre stata la mia filosofia, NEVER GIVE UP, NEVER GIVE IN, <<quando tutto sembra crollare il MEGLIO è RESISTERE!!!>>, anche quando, dopo un terribile incidente subito da mio padre che lo rese gravemente invalido, volevo ritirarmi dopo Pasqua, al primo anno di Nunziatella. Papà mio non ha mai mollato, per dare ESEMPIO di resilienza e per AMORE nostro, dei suoi tre adorati figli e di mia madre. E io NON mollo, per onorare la sua memoria e per Amore delle persone a me care, in primis mia figlia, Sofia, e di tutti coloro i quali mi amano.

Evviva la Nunziatella.🇮🇹🇮🇹🇮🇹

Evviva l’Italia.🇮🇹🇮🇹

Karim Bensellam 99-02 


Oltre …le divisioni: Il Rosso Maniero nel cuore dell’Unità d’Italia

di Umberto Albarosa 84-87, con i contributi di Angelo Scordo 49-52, Giuseppe Catenacci 53-56, Ferdinando Scala 84-87

Canzone composta estemporaneamente, con assistenza IA, da Ivan Solla 98-99 su questo tema dopo aver ascoltato la recitazione.

C’è una storia del Risorgimento italiano che la storiografia tradizionale ha spesso lasciato in ombra. È la storia di quegli ufficiali meridionali che, formati tra le mura del “Rosso Maniero” a Pizzofalcone portarono il loro ingegno, la loro scienza e il loro tormento morale a costruire l’Italia unita. Non come comparse di una vicenda decisa altrove, ma come protagonisti lucidi, attraversando anche conflitti laceranti, di un processo che essi stessi contribuirono a seminare e a fecondare per decenni.

È questa la storia che “Il Rosso Maniero nel cuore dell’Unità d’Italia” intende raccontare: una rappresentazione concepita nell’amore per la nostra Scuola, che si propone di riportare alla luce il contributo determinante del Mezzogiorno al Risorgimento — e di onorare, con pari dignità, gli eroi dell’una e dell’altra parte.

Un laboratorio di idee, non un terreno di conquista

Il racconto si apre a Genova — capitale del Risorgimento, patria di Mazzini, porto di partenza dei Mille — ma subito si interroga sul rischio che il triangolo Torino-Genova-Milano finisca per oscurare la parte più profonda della storia unitaria. Perché il Mezzogiorno non fu un terreno di conquista: fu un laboratorio politico e militare d’eccellenza, e la Nunziatella ne era il cuore.

Già dalla Repubblica Partenopea del 1799, passando per il Proclama di Rimini di Murat (1815), i moti del 1820, fino al cruciale 1848, la sceneggiatura ripercorre come la Nunziatella — che avrebbe dovuto forgiare ufficiali fedeli alla corona borbonica — diventasse anche il vivaio del pensiero liberale e patriottico. Docenti come Carlo Lauberg e Annibale Giordano, Mariano D’Ayala e un giovane Francesco De Sanctis trasformarono quelle aule in un’officina di coscienze: insegnavano balistica, ma facevano sognare l’Italia; spiegavano Dante e Machiavelli, e insegnavano ai cadetti che la parola “Patria” era un impegno morale, non un’astrazione.

Il tormento della scelta: eroi su fronti opposti

Il 1860 è il momento più lacerante. Garibaldi sbarca in Sicilia, l’Italia si unifica, e per gli ufficiali della Nunziatella arriva la scelta impossibile: fedeltà al Re borbonico o fedeltà all’ideale di una Patria finalmente unita? La rappresentazione non evita questa contraddizione — anzi, la mette al centro, con profondo rispetto per entrambe le parti.

Da un lato Enrico Cosenz, che trasgredisce agli ordini per andare a difendere Venezia con Pepe, e poi diventa il più fidato generale di Garibaldi. Dall’altro il Colonnello Giovine, che a Civitella del Tronto resiste fino all’ultimo per onore del giuramento prestato, tre giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia. Dall’altro ancora Alfonso Scotti, undici anni appena, tra i giovanissimi allievi che fuggirono dalla Scuola per raggiungere Gaeta nell’ultima difesa. Eroi su fronti opposti, spesso con il cuore schiacciato dalla consapevolezza di combattere contro i propri fratelli d’arme.

In questa lacerazione si consuma il paradosso più nobile della storia raccontata: l’ingegneria della Nunziatella contro l’artiglieria della Nunziatella, la stessa scuola su fronti contrapposti. Come scrisse Benedetto Croce, i difensori di Gaeta “salvarono l’onore delle armi”, e a loro va il medesimo rispetto che si deve a chi scelse la nuova Italia.

La forma: un dialogo tra epoche

La rappresentazione sceglie un formato originale: un dialogo immaginario tra un Colonnello napoletano che ha vissuto tutte le battaglie del Risorgimento e un giovane Capitano contemporaneo, erede di quella tradizione, che interroga il passato per trarne lezioni per il futuro. A questo dialogo si alternano letture dal leggio — voci storiche, documenti, biografie — che ancorano la narrazione ai fatti reali.

Sfilano così le figure di Guglielmo Pepe, già protagonista dei primi moti italiani nel 1820; di Francesco De Sanctis e Mariano D’Ayala, insegnanti patrioti; di Carlo Pisacane, l’aristocratico che rinunciò a tutto per un’Italia non solo unita ma libera da ogni ingiustizia; di Enrico Cosenz, primo Capo di Stato Maggiore del nuovo Esercito Italiano; Alberto Pollio, ultimo dei grandi, che la notte prima di morire correggeva le bozze del suo ultimo libro di storia militare.

L’obiettivo: restituire dignità a chi l’ha meritata

L’obiettivo della rappresentazione è uno solo, ma ambizioso: superare definitivamente l’idea di un Mezzogiorno succube di un destino deciso altrove, dando valore a quei protagonisti che invece lo indirizzarono dall’interno, spesso sacrificando la propria vita, la carriera, la famiglia sull’altare dell’ideale.

I dati parlano da soli: tre dei primi quattro Capi di Stato Maggiore del Regio Esercito provenivano dalla Nunziatella; due tra i primi Ministri della Guerra del neonato Regno d’Italia erano stati formati sulle rive di Pizzofalcone. Per trent’anni i vertici militari dell’Italia unita parlarono con l’accento del Sud. Non per casualità, ma perché quella scuola aveva saputo fondere rigore scientifico e passione civile in un modo unico: formare non automi, ma “uomini completi”, cittadini in uniforme.

“Il paradosso del Risorgimento, caro Capitano, è che il Mezzogiorno ha perso il suo Stato, ma ha donato all’Italia l’intelligenza per costruirne uno nuovo.”

— Il Colonnello, nel dialogo della rappresentazione

Assistere a questa rappresentazione significa fare i conti con una parte della storia nazionale che ci appartiene e che troppo a lungo è rimasta nell’ombra. Significa scoprire che l’Italia, prima di essere uno Stato, è stata un sogno studiato e sofferto tra quei banchi. E che ogni volta che un allievo della Nunziatella varca oggi l’ingresso del Rosso Maniero, entra in un luogo in cui quel sogno ha preso forma — con il sangue, con la scienza, con l’onore di uomini che non dimenticarono mai di essere, prima di tutto, italiani.

PROLOGO

Siamo a Genova, una delle capitali del Risorgimento, patria di Mazzini, terra d’esilio per molti napoletani dopo i moti del 1848, porto di partenza per la spedizione dei Mille. Ma il triangolo Torino-Genova-Milano rischia di oscurare il contributo del Mezzogiorno al Risorgimento. Oggi proveremo a riportarvi la luce che merita. Il Sud non è stato un terreno di conquista, ma un laboratorio di idee politiche e di quadri militari d’eccellenza che hanno alimentato il processo unitario. E molte di quelle idee, così come tutti quei quadri militari, hanno radici forti tra le mura della Nunziatella.

Il concetto stesso di “nazione italiana” ha seme anche nel meridione. Già la Repubblica Napoletana, pur brevissima, formò una generazione di patrioti che tra i primi teorizzarono un’Italia unita e repubblicana.

Alla Nunziatella, quella che doveva essere la fucina degli ufficiali fedeli alla corona fu anche il vivaio del pensiero liberale. Carlo Lauberg ed Annibale Giordano, docenti alla Scuola, furono tra i protagonisti del governo repubblicano del 1799. Altri tra allievi e docenti, formati sui testi dell’Illuminismo, videro nella Repubblica l’occasione per applicare gli ideali di progresso che in quel periodo infiammavano l’Europa.

Poi Napoleone, e Murat Re di Napoli, e il suo Proclama di Rimini nel 1815: Murat invitò gli italiani a unirsi per l’indipendenza, gridando “L’ora è giunta!”. È forse il primo vero atto politico in cui un sovrano parla di un’Italia unita e libera dallo straniero.

Poi la Restaurazione, i moti del 1820 a Napoli guidati da Guglielmo Pepe con la prima Costituzione in Italia: per quanto di vita breve, quell’esperienza aprì la strada al Risorgimento. E ancora gli insegnamenti di Mariano D’Ayala e di Francesco De Sanctis, propagatori dell’idea di nazione italiana. Ed il 1848: Guglielmo Pepe – ancora lui – che convince Re Ferdinando II a supportare la causa dell’Indipendenza italiana inviando l’esercito napoletano al Nord, pronto a combattere contro gli Austriaci. Con le truppe già schierate a Bologna, il ripensamento di Ferdinando II, e l’ordine all’esercito di rientrare. La disobbedienza di Pepe, Cosenz, dei Mezzacapo e di tanti altri, che varcano il Po e vanno a difendere Venezia con Manin in nome di una Italia libera ed indipendente.

Il 1860: i Mille, Garibaldi a Napoli, Gaeta, Civitella del Tronto. La scelta lacerante tra la fedeltà al Re o alla nascente Nazione Italiana. Per gli Ufficiali provenienti dalla Nunziatella, ma anche per molti giovani e giovanissimi allievi del 1860: ve ne furono tra le file garibaldine e poi piemontesi, così come ve ne furono intorno al Re Borbone per l’ultima difesa. Eroi su fronti opposti, spesso con il cuore schiacciato dalla consapevolezza di combattere contro i propri fratelli d’arme.

E fu l’Italia Unita. Il passaggio dall’Esercito delle Due Sicilie al Regio Esercito fu complesso, ma molti ufficiali meridionali portarono competenze tecniche di altissimo livello. Tre su 4 dei primi Capi di Stato Maggiore del Regio Esercito provenivano dalla Nunziatella, così come 2 tra i primi Ministri della Guerra del neonato Regno d’Italia.

Ora chiudiamo per un attimo gli occhi, e facciamo volare la fantasia in un tempo ed uno spazio sospesi. Seduti davanti a noi, un Colonnello napoletano che ha vissuto tutte le battaglie del Risorgimento: scienza e riflessione, valore del sacrificio per l’Italia Unita.  Ed a dialogare con lui, un giovane capitano contemporaneo: erede di quella tradizione e di quei valori, ad interrogarsi su quel passato e su come quelle lezioni possano ancora essere un faro per le scelte difficili del futuro che lo attende.

Atto I: L’alba della coscienza

Colonnello: Senti questo vento, Capitano? È lo stesso che soffiava a Pizzofalcone quando studiavamo balistica mentre il resto d’Italia sognava la rivoluzione. Non eravamo solo soldati; eravamo architetti di un’idea.

Capitano: Lo sento, Colonnello. Spira ancora oggi, e lo sentiamo in Patria come nelle nostre missioni all’estero. Quei valori che vi hanno ispirati sono le fondamenta che ancora oggi ci sostengono.

Colonnello: Capitano, dobbiamo smetterla di pensare che l’Italia sia nata solo a Torino. Molto si deve a Napoli ed al Sud, con il primo seme gettato dalla Repubblica Partenopea nel 1799. E con il proclama di Murat, quando gridò “Italiani, l’ora è venuta!”: molti dei cadetti alla Nunziatella cominciarono lì a sentirsi soldati di una nazione più vasta.

Capitano: Colonnello, ma il sogno di Murat svanì presto. Eppure, solo cinque anni dopo, nel 1820, Napoli fu di nuovo la prima a muoversi, ben prima di Torino o Milano.

Colonnello: Proprio così, Capitano. Fu il momento di Guglielmo Pepe, un altro dei nostri. Egli non era solo un generale, ma l’anima di un esercito che chiedeva la Costituzione. A capo delle sue truppe, Pepe mostrò quanto aveva anche assorbito alla Nunziatella: un esercito non cieco strumento dell’assolutismo, ma garante della libertà dei cittadini.

Capitano: Un’avanguardia pericolosa per i sovrani dell’epoca. Pepe pagò con un lunghissimo esilio quella sua fedeltà al concetto di libertà.

Colonnello: Sì, ma lasciò un solco profondo. Insegnò che l’onore militare non è obbedienza muta, ma adesione a un patto tra il popolo e chi lo governa. Senza il 1820 napoletano di Pepe, non ci sarebbe stato il 1848.

Capitano: Ma dopo Murat venne la Restaurazione. Come ha fatto quel seme a non morire sotto il controllo della polizia borbonica?

Colonnello: Grazie a uomini “ombra” come Mariano d’Ayala. Insegnava balistica, ma tra i calcoli delle traiettorie spiegava la Carboneria. Scrisse il primo Dizionario Militare Italiano perché voleva che un ufficiale di Napoli e uno di Torino parlassero la stessa lingua. E poi, Capitano, c’erano lui: il giovane Francesco De Sanctis.

VOCE FUORI CAMPO: Mariano d’Ayala: l’uomo che, insieme a De Sanctis, “sovvertì” culturalmente la Nunziatella dall’interno. Messinese, allievo della Nunziatella e poi giovanissimo insegnante di artiglieria e balistica nella stessa scuola. Fu la mente dietro la diffusione della Carboneria e della Giovine Italia tra i cadetti. Autore del primo ‘Dizionario militare italiano’: il suo obiettivo era dare agli italiani una lingua militare comune. Nel 1848 fu l’anima della rivolta; arrestato e poi esiliato a Torino, divenne il punto di riferimento per tutti gli ufficiali meridionali che fuggivano dai Borbone. Francesco De Sanctis: Non indossò la divisa, ma la sua mente forgiò quelle di centinaia di ufficiali. Docente alla Nunziatella dal 1839 al 1848, trasformò l’insegnamento della letteratura in una lezione di libertà. Arrivò alla Nunziatella giovanissimo, poco più che ventenne. La sua non era una lezione accademica: era una sfida. Insegnava ai cadetti che la parola ‘Patria’ non era un’astrazione, ma un impegno morale. Quando spiegava Dante o Machiavelli, i giovani allievi vedevano in quei testi l’urgenza di un’Italia che doveva ancora nascere. La sua influenza fu così vasta che, quando scoppiarono i moti del 1848, molti dei suoi studenti si ritrovarono sulle barricate di via Toledo, non per ribellione cieca, ma per un profondo senso del dovere civile appreso tra i banchi. Pagò con tre anni di carcere duro la sua fedeltà agli ideali liberali, per poi diventare il primo Ministro della Pubblica Istruzione dell’Italia unita.

Colonnello: De Sanctis non voleva automi. Un giorno un colonnello lo rimproverò perché non spiegava la sintassi. Lui rispose: “Insegno loro a pensare, la sintassi verrà da sé quando avranno qualcosa di grande da dire.

Capitano: È per questo che nel 1848, quando scoppiò la rivoluzione a Napoli, la Nunziatella si spaccò a metà?!?

Colonnello: Esatto. Molti allievi uscirono per andare sulle barricate di via Toledo. De Sanctis era lì, non fisicamente, ma nelle loro menti. Insegnava che il valore di un ufficiale non si misura dalla precisione del colpo di cannone, ma dalla giustizia della causa per cui spara.

VOCE FUORI CAMPO (Francesco De Sanctis):“Voi sarete i soldati della libertà. Non dimenticate che la spada deve essere guidata dal pensiero. Prima di essere ufficiali, dovete essere uomini colti, perché la cultura è l’unica forza che unifica davvero una nazione divisa”.
“Ricordate: la più inespugnabile delle fortezze è la dignità di un popolo che sa chi è. Non siate solo spade, siate pensiero armato”.

Capitano: È incredibile pensare che il più grande critico letterario d’Europa abbia iniziato insegnando a dei ragazzi che dovevano comandare cannoni.

Colonnello: Proprio lì sta il segreto, Capitano. De Sanctis non voleva che fossimo solo tecnici della distruzione. Ci leggeva il ‘Principe’ di Machiavelli per spiegarci che l’Italia aveva bisogno di una milizia nazionale, non di mercenari. Ci insegnava che la lingua italiana era la nostra vera frontiera. Cosenz, Ulloa, Pisacane, Mezzacapo: quegli uomini avevano il rigore scientifico del Genio e dell’Artiglieria, ma avevano l’anima accesa dalle lezioni di De Sanctis.

Capitano: Fu nel 1848 che lo arrestarono?

Colonnello: Sì. Lo chiusero a Castel dell’Ovo. Ma sai qual è la beffa? Gli ufficiali che lo sorvegliavano, quelli rimasti fedeli al Re, entravano nella sua cella per chiedergli consigli sui libri da leggere. Gli volevano bene. Lo chiamavano ‘Il Professore’. Resero la sua prigionia meno amara in ogni modo possibile.

Capitano: Il 1848 fu anche l’anno del bivio per molti. Il Re ordinò alle truppe inviate al Nord di tornare indietro. Alcuni tra gli Ufficiali vissero il momento più straziante delle loro coscienze.

Colonnello: E molti disobbedirono. Fu la prima volta che l’eccellenza scientifica napoletana si mise al servizio della Nazione.

VOCE FUORI CAMPO: Guglielmo Pepe: Allievo della Nunziatella, Ufficiale formato nelle guerre napoleoniche, Pepe è il ponte tra Murat e il Risorgimento. Leader dei moti del 1820, costrinse i Borbone a concedere la Costituzione. Nel 1848, a 65 anni, va a difendere Venezia. È il simbolo dell’ufficiale che antepone l’onore patriottico al giuramento dinastico. Morirà a Torino nel 1855, senza riuscire a vedere quella Italia libera ed unita per cui tanto aveva combattuto. Enrico Cosenz: Nato a Gaeta in una famiglia di tradizioni militari, entrò alla Nunziatella giovanissimo. La sua carriera nell’artiglieria borbonica era brillante, ma il 1848 cambiò tutto. Quando il corpo di spedizione napoletano inviato contro l’Austria ricevette l’ordine di rientrare, Cosenz visse il suo primo dramma: obbedire al Re o restare a difendere l’Italia? Scelse l’Italia. Combatté a Venezia, visse l’esilio, e nel 1860 fu l’unico generale garibaldino a saper dare un ordine regolare alle “camicie rosse”. Era un uomo di una modestia leggendaria. Rifiutò cariche e onori, accettando il ruolo di Capo di Stato Maggiore solo per “servizio”. Fu lui a fondere i quadri borbonici con quelli piemontesi, imponendo il merito scientifico sopra l’appartenenza politica.

Capitano: È incredibile pensare che in quegli anni uomini come loro abbiano rinunciato a tutto — gradi, ricchezze, patria — per un’idea che ancora non aveva un nome sulla carta geografica.

Colonnello: Pensa a Cosenz. Allievo prediletto di De Sanctis. Quando il Re richiamò le truppe indietro da Bologna, la sua risposta fu: ‘Il mio posto è dove si combatte per l’Italia’. Ma Cosenz piangeva, sai? Piangeva mentre scriveva le dimissioni. Ma poi partì. E con lui Guglielmo Pepe, i fratelli Mezzacapo, e tanti altri. Capirono che la loro spada apparteneva alla nazione, non più a loro stessi.

VOCE FUORI CAMPO (Guglielmo Pepe – 1848):

“Soldati! Il Re ci ordina di tornare indietro mentre i nostri fratelli al Nord combattono lo straniero. Io non tornerò. Chi tra voi sente il nome d’Italia vibrare nel cuore, mi segua verso Venezia. Lì è il nostro dovere, lì è la nostra vera casa”.

Capitano: Colonnello, tra i nomi che lei ha citato prima, ce n’è uno che ancora oggi evoca un misto di ammirazione e malinconia: Carlo Pisacane.

Colonnello: Pisacane… l’allievo del Genio che portò il rigore scientifico della Scuola fino alle estreme conseguenze del sacrificio. Era un aristocratico che aveva rinunciato a tutto per l’ideale di un’Italia non solo unita, ma libera da ogni ingiustizia sociale.

Capitano: La sua spedizione di Sapri finì nel sangue, ma prima di partire lasciò quel Testamento Politico che è ancora un monito per tutti noi.

Colonnello: Sì, Capitano. In quel testo scrisse che l’Italia sarebbe stata libera solo quando fosse stata padrona del proprio destino. Egli sapeva di andare a morire, ma credeva profondamente che ‘l’idea’ dovesse essere fecondata dal sangue dei martiri. Pisacane incarna il paradosso più nobile della Nunziatella: l’ufficiale tecnico, lo scienziato delle fortificazioni, che si trasforma nel più puro dei poeti dell’azione rivoluzionaria.

Atto II: L’Unità d’Italia

Colonnello: Siamo arrivati al 1860, Capitano. L’anno in cui tutto accelera. Ma non commettere l’errore di pensare che Garibaldi abbia fatto tutto da solo con mille camicie rosse e qualche vecchio fucile.

Capitano: Infatti, Colonnello. Chi c’era a guidare i garibaldini verso le vittorie decisive?

Colonnello: C’erano anche i nostri. C’era Vincenzo Giordano Orsini, un altro figlio della Nunziatella, che comandava l’artiglieria di Garibaldi. Senza la sua perizia tecnica, i Mille non avrebbero mai superato le difese di Palermo. E c’era Enrico Cosenz, che Garibaldi chiamò al suo fianco perché sapeva che solo un ufficiale di scuola napoletana poteva trasformare quei volontari disordinati in una forza capace di battere un esercito regolare.

Capitano: Eppure, Colonnello, ci sono stati fratelli che invece nel 1860 rimasero con il Re a Gaeta o a Civitella del Tronto per l’ultima difesa. Anche loro erano dei nostri.

Colonnello: Sì, e combatterono come leoni. Fu l’ingegneria della Nunziatella contro l’artiglieria della Nunziatella. Un paradosso tragico, ma che dimostrò al mondo una cosa: gli ufficiali napoletani erano i migliori d’Europa. Il generale Matteo Negri, ex allievo della Nunziatella fedele ai Borbone, morì sul Garigliano nel 1860 dirigendo il fuoco dell’artiglieria. I piemontesi, colpiti dal suo valore, gli resero gli onori militari. Fu il riconoscimento della “scuola” sopra le fazioni. Il passaggio dalla fedeltà dinastica a quella nazionale non fu un colpo di spugna: fu un tormento morale. E Cosenz non dimenticò mai il suo giuramento. Quando l’ultimo baluardo borbonico cadde nel 1861, Cosenz non festeggiò. Sapeva che dall’altra parte delle mura erano morti i suoi compagni di corso della Nunziatella.

Capitano: È un’immagine potente, Colonnello. Ma quella lacerazione del 1860 non riguardò solo i vertici. Sappiamo che molti dei nostri rimasero fino all’ultimo sotto le mura di Gaeta. 

Colonnello: Fu una ferita che attraversò ogni grado, Capitano. Mentre alcuni sceglievano la nuova Italia, altri restarono fedeli al giuramento prestato al loro Re. Uomini come Paolo di Sangro, i fratelli Calà UlloaFrancesco Traversa o Ferdinando Beneventano Del Bosco. Erano le menti più brillanti del Genio e dell’Artiglieria formatesi a Pizzofalcone; organizzarono una resistenza così tenace sul Garigliano e a Gaeta da suscitare l’ammirazione degli stessi assedianti piemontesi. 

Capitano: Ma il dettaglio che più commuove è la scelta dei più giovani. Allievi della Nunziatella, ragazzi che non avevano ancora terminato gli studi.

Colonnello: Proprio così. Una schiera di allievi giovanissimi fuggì letteralmente dalla Scuola per raggiungere Gaeta e partecipare all’ultima difesa. Ragazzi come Carlo Giordano, i fratelli LanzaLudovico Manzi, i fratelli RossiEliezer Nicoletti, i fratelli Afan de RiveraFerdinando de Liguoro e Francesco Pons. C’era anche Alfonso Scotti: aveva solo 11 anni, Capitano. Il più piccolo tra quei ragazzi che scelsero di onorare il proprio giuramento nel fumo delle cannonate.

Capitano: Undici anni… è difficile oggi immaginare una tale fermezza in un bambino. Eppure, anche loro sono parte di quel ‘filo rosso’ che ci unisce.

Colonnello: Sì. Perché la Nunziatella non insegna solo a vincere, ma a restare al proprio posto quando il dovere chiama, qualunque sia la divisa. È in quel tormento morale, in quella prova di valore tra fratelli d’arme, che si è forgiato il carattere della nazione.

VOCE FUORI CAMPO: La difesa di Gaeta non fu solo un atto militare, ma il testamento di una scuola. Anche tra le file borboniche, i cadetti della Nunziatella dimostrarono che il coraggio non ha età e che la fedeltà, anche in una causa perduta, è l’ultimo baluardo dell’onore di un soldato. Il Maggiore di Artiglieria Pietro QUANDEL, anch’egli figlio della Nunziatella e protagonista diretto, riporta sul suo «Giornale della Difesa di Gaeta»  l’Ordine del 14 Febbraio di S.M. il Re Francesco II: «….È divenuta impossibile la resistenza…il mio dovere di Re, il mio amore di Padre mi comandano oggi di risparmiare un sangue generoso, la cui effusione nelle circostanze attuali non sarebbe che l’ultima manifestazione di un un inutile eroismo….Militi dell’Armata di Gaeta, da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio…Grazie a voi è salvo l’onore dell’Armata delle Due Sicilie».

Capitano: Colonnello, ma la storia non finì a Gaeta. C’è un ultimo baluardo, sospeso tra le rocce dell’Abruzzo, che continuò a sparare quando tutto sembrava ormai perduto: Civitella del Tronto.

Colonnello: Hai ragione, Capitano. Civitella fu l’ultimo lembo di Regno a cadere, tre giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia. E lì il destino volle che ad affrontarsi, l’uno di fronte all’altro, fossero due comandanti che avevano condiviso gli stessi banchi e lo stesso pane alla Nunziatella.

Capitano: Si riferisce al Colonnello Giuseppe Giovine e al Generale Luigi Mezzacapo?

Colonnello: Proprio loro. Il Colonnello Giovine, comandante di fatto della fortezza, rimase fedele al giuramento borbonico con una fermezza incrollabile, nonostante la fine delle ostilità ovunque nel resto del Paese. Dall’altra parte, a dirigere l’assedio per il nuovo esercito unitario, c’era Luigi Mezzacapo, l’ufficiale che aveva scelto l’Italia già nel 1848.

Capitano: Un duello tra fratelli d’arme, entrambi figli della stessa scuola.

Colonnello: Fu un paradosso doloroso. Mezzacapo, che conosceva perfettamente la perizia del suo avversario perché era la sua stessa, dovette usare tutta la scienza dell’artiglieria appresa a Napoli per espugnare quella fortezza difesa con pari scienza da Giovine. Quando Civitella cadde, non ci fu gioia, ma il silenzio di chi sa che si è chiusa un’epoca.

VOCE FUORI CAMPO (Nota Storica): Civitella del Tronto cadde il 20 marzo 1861. Fu l’ultima volta che l’artiglieria della Nunziatella si contrappose a se stessa. In quel duello tra Giovine e Mezzacapo si consumò l’ultimo atto del Risorgimento militare, sigillando col sangue e col ferro il passaggio tra due mondi.

Capitano: È vero che il Generale Cosenz cercò poi un contatto con il Re Francesco II?

Colonnello: Sì. Anni dopo, Cosenz fece giungere al Sovrano in esilio un messaggio. Non era la boria del vincitore, ma la richiesta di perdono di un figlio che ha dovuto colpire il padre per amore di un’idea più grande: l’Italia. Gli scrisse che non aveva mai combattuto contro il Re, ma per la Nazione. E Francesco II, con la nobiltà d’animo che lo contraddistingueva, fece sapere che rispettava il dolore di quel soldato che aveva seguito la propria coscienza.

VOCE FUORI CAMPO (Enrico Cosenz): Sire, il mio cuore sanguinava mentre le mie artiglierie tiravano contro le mura della città dove sono nato. Ma sopra il Re, oggi, vi è l’Italia. Spero che la Maestà Vostra possa comprendere che un soldato non appartiene a se stesso, ma al destino della sua terra.

VOCE FUORI CAMPO: Commentò Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli«Pure, nel crollo che seguì, quello stato che fu l’antico regno di Napoli non moriva del tutto ingloriosamente, e il suo esercito — quella parte del suo esercito che non si era dissipata o unita alla rivoluzione — salvò l’onore delle armi sul Volturno e a Gaeta. E noi dobbiamo inchinarci alla memoria di quegli estremi difensori, tra i quali erano nobili spiriti, come quel Matteo Negri che nel ’48 era andato anche lui alla difesa di Venezia, ma nel ’60 non seppe staccarsi dalla bandiera del suo reggimento, e, italiano, cadeva ucciso in combattimento contro italiani

Capitano: Dunque, Colonnello, possiamo dirlo: il Mezzogiorno non è stato ‘conquistato’ nel 1860. È stato il Mezzogiorno che, con i suoi ufficiali esuli e i suoi intellettuali prigionieri, ha fecondato l’idea stessa di Unità per vent’anni.

Colonnello: Proprio così. Nel 1860 Garibaldi troverà un terreno già arato. Troverà ufficiali che parlavano la sua stessa lingua perché l’avevano imparata da De Sanctis o vissuta con Pepe. Questo nostro dialogo, oggi, non è una celebrazione del passato: è il riconoscimento di un debito che l’Italia ha verso questi uomini.

Si dice che durante le manovre congiunte tra piemontesi e napoletani dopo l’Unità, i piemontesi fossero sbalorditi: gli ufficiali meridionali parlavano un francese perfetto e discutevano di filosofia oltre che di balistica, mentre molti colleghi del Nord conoscevano soprattutto manuali tecnici e regolamenti. Questo creò un’iniziale soggezione culturale che facilitò l’ascesa dei meridionali ai vertici dello Stato Maggiore.

Capitano: E così la Nunziatella non morì con il Regno delle Due Sicilie.

Colonnello: Al contrario! Rivisse nel Regio Esercito. Quando Cavour ed il Re Vittorio Emanuele II dovettero decidere a chi affidare la creazione dello Stato Maggiore, scelsero Cosenz. Sapevano che i piemontesi avevano disciplina e coraggio, ma i napoletani della Nunziatella avevano la scienza. Per trent’anni, i vertici militari dell’Italia unita parlarono con l’accento del Sud.

Capitano: Ma allora è vero che Cosenz e i Mezzacapo hanno ‘napoletanizzato’ l’esercito piemontese?

Colonnello: Hanno fatto di meglio: l’hanno modernizzato. I Mezzacapo fondarono la Rivista Militare. Luigi Mezzacapo portò la ferrovia nella strategia, Cosenz portò lo Stato Maggiore. Senza la Nunziatella, il Regio Esercito sarebbe rimasto una guardia d’onore dei Savoia. Noi abbiamo dato il metodo scientifico.

Atto III: Verso la Grande Guerra

Capitano: E poi arriviamo a lui, il generale Alberto Pollio. Lo chiamavamo “l’ultimo dei napoletani”.

Colonnello: Il più colto di tutti. Entrato alla Nunziatella nel 1860, divenne Capo di Stato Maggiore nel 1908. Un uomo che parlava quattro lingue e scriveva libri di storia che leggevano anche a Berlino. Sapeva che la guerra moderna era logistica e numeri, non solo cariche di cavalleria.

VOCE FUORI CAMPO:  Alberto Pollio, Casertano, entrò alla Nunziatella giovanissimo nell’anno fatidico del 1860. È l’uomo della sintesi: allievo della scuola borbonica, ma cittadino dell’Italia unita. Fu un intellettuale purissimo, autore di saggi storici su Waterloo e Custoza letti in tutte le accademie d’Europa. Nominato Capo di Stato Maggiore nel 1908, Pollio fu lo stratega che modernizzò l’esercito in vista della tempesta imminente. Fermo sostenitore della Triplice Alleanza per ragioni tecniche e geostrategiche, morì improvvisamente il 1° luglio 1914, portando con sé i piani per una guerra che l’Italia avrebbe combattuto in modo drammaticamente diverso da come lui l’aveva immaginata.

Colonnello: Scriveva di Waterloo e di Custoza con la precisione di un chirurgo. Restò però la sua organizzazione, che permise a un altro meridionale, Armando Diaz, di ricostruire l’esercito dopo Caporetto.

Pollio aveva ereditato il metodo di De Sanctis e la tecnica di d’Ayala. Studiava la storia per prevedere il futuro. Se fosse rimasto lui al comando, la Grande Guerra sarebbe stata diversa.

VOCE DAL LEGGIO (Alberto Pollio): “La storia militare non è una raccolta di aneddoti, ma un laboratorio di esperienze. Chi non studia gli errori del passato è condannato a veder morire i propri uomini invano”. “La guerra non si vince con il solo ardimento dei petti, ma con la fredda analisi dei numeri e della geografia. Chi dimentica la lezione della storia è destinato a veder morire i propri soldati non per la gloria, ma per l’errore dei propri capi”.

Capitano: Dunque, dall’impeto di Pepe agli insegnamenti di De Sanctis, dal comando di Cosenz, fino alla scrivania di Pollio… è una linea retta.

Colonnello: Una linea tracciata col compasso e con il cuore. Pollio, l’ultimo dei nostri grandi, scriveva le sue analisi storiche con la stessa eleganza con cui De Sanctis scriveva la Storia della Letteratura. C’era un’armonia nel modo in cui il Mezzogiorno pensava l’Italia: un’armonia fatta di rigore e passione. Pollio, la notte prima di morire, stava correggendo le bozze del suo ultimo libro di storia militare. Fino all’ultimo secondo: lo studio come dovere verso la patria.

Capitano: Colonnello, abbiamo ascoltato queste voci. Ma se dovesse dire a un giovane di oggi cosa resta davvero di quel ‘modello’, cosa risponderebbe?

Colonnello: Risponderei che il ‘Modello Nunziatella’ è stata la capacità di non separare mai la mano che impugna la sciabola dalla mente che legge i classici. Vedi, Capitano, gli altri eserciti avevano nobili o tecnici. Noi avevamo ‘uomini completi’. Quando Cosenz riformò l’esercito, non cercava automi, cercava cittadini in uniforme.

Capitano: È vero. A Torino qualcuno parlava di un Sud ‘arretrato’, ma la Scienza di Napoli è diventata la teoria e la tecnologia che hanno difeso l’Italia nella Grande Guerra.

Colonnello: Il paradosso del Risorgimento, caro Capitano, è che il Mezzogiorno ha perso il suo Stato, ma ha donato all’Italia l’intelligenza per costruirne uno nuovo. Senza quegli ufficiali colti, senza il loro sapere ed il loro rigore, senza la loro passione, l’Italia non sarebbe stata la stessa.

Capitano: Dunque la Nunziatella non è stata solo una accademia borbonica, ma il primo vero laboratorio di cittadinanza italiana.

Colonnello: Esattamente. Abbiamo preso il meglio della tradizione borbonica – la tecnica, l’ingegneria, il diritto – e lo abbiamo messo nelle mani della nazione. Nella Grande Guerra, non si è combattuto solo per un confine, ma per un’idea che è nata anche su quel promontorio di Napoli.

Capitano: Dunque, Colonnello, siamo giunti alla fine. Cosa diremo a chi ci ha ascoltato oggi? Che il Risorgimento del Sud è stato solo un elenco di nomi dimenticati?

Colonnello: Diremo che l’Italia è un edificio solido perché le sue fondamenta sono state gettate dai ‘tecnici’ di Napoli. Diremo che la Nunziatella non ha sfornato solo soldati, ma ha creato un’etica: quella dell’ufficiale-studioso, dell’uomo che sente la responsabilità del pensiero prima del comando.

Capitano: Diremo che senza la passione di De Sanctis, il coraggio di Cosenz e la scienza di Pollio, l’Italia sarebbe stata orfana della sua parte più colta e riflessiva.

Colonnello: Esatto. E diremo che ogni volta che un allievo della Nunziatella oggi varca l’ingresso del Rosso Maniero, non entra in una caserma: ma in un tempio della Nazione. Perché l’Italia, prima di essere uno Stato, è stata un sogno studiato e sofferto tra quei banchi.